senza titolo

Nessuno riceve dalla vita ciò che desidera a volte ciò che si merita ma spesso neanche quello.
Nessuno riceve dalla vita ciò che desidera a volte quello che si guadagna ma spesso neanche quello.
Questo è più di un sogno non è un pensiero etereo.
Paura e ignoranza un abbraccio mortale dal quale fuggire immergendo i piedi nella verità aprendo gli occhi sull’oceano di esperienze che dopo averci inghiottito ci sputa fuori con una nuova pelle. Forse.

La verità é

La verità é che non so come sto. Non hanno ancora inventato le parole adatte per descrivere ciò che sento, o, più semplicemente, non le conosco.
Non é una questione di giorni, non é che un giorno sono allegra e un altro sono triste. É questione di attimi. Sono una barchetta fatta con il guscio di una noce e un foglio di carta che naviga verso le cascate, sono in bilico sui precipizi formati dalle crepe del cuore, sono uno schermo colpito da un raggio di coscienza che riempie gli occhi di polvere, sono una ballerina di pezza nelle mani di un mangiafuoco imprevedibile.
La verità é che mi sorprendono le lacrime così come i sorrisi che nascono spontaneamente sul mio viso, senza preavviso. Non riesco a prevedermi, non riesco a sentirmi. L’emozione affiora subito in superficie, non sono in grado di trattenerla in nessun modo. Si può stringere dell’acqua tra le mani? Si può fermare il vento? Che sapore ha il fuoco? Che gusto ha una pietra? Che giorno é oggi?
La verità é che il pensiero di mia sorella mi fa sorridere e quel sorriso mi ricorda la voglia che ho di infilarmi sotto le coperte con lei. La verità é che il tondo viso di Moses che mi guarda interrogandomi silenziosamente mi fa venire da piangere, perché quelle lacrime sanno di un lungo arrivederci.
La verità é che non so come sto, ma vivo. Vivo questo momento denso. Vivo pensando al miracolo di essere sopravvissuta a sette anni di Africa, vivo sognando la mia futura vita in Italia. Sorrido piangendo, senza combattere o sopprimere nessuna emozione, perché le ucciderei, mentre voglio che trovino eco nelle mie vene, anche se mi confondono e mi stordiscono, anche se mi lasciano senza forze e senza sonno. Vivo l’attimo, allegro o triste che sia. Altro non so fare. O forse, più semplicemente, lascio che l’effimera quotidianità africana mi ricordi l’importanza del vivere nel presente, come se non ci fosse futuro e il passato fosse, semplicemente, un ricordo da tenere stretto al cuore.

Mi hai vista (auguri al mio babbo)

Eri un ragazzo
quando la mia nascita
prepotente -podalica-
ti ha trasformato in padre

mi hai vista crescere
nella semplicità
del vento portato dal mare
nella vitalità
sprigionata dal calpestio sull’erba

mi hai vista amare
nella sfrontatezza del coraggio
di un sorriso
nell’incomprensione della diversità
della casta

mi hai vista credere
nell’utopica solidarietà
di una stretta di mano
nell’illusa chimera
dell’eguaglianza

mi hai vista cadere
nel buio dello sconforto
nella follia della solitudine

mi hai vista rinascere
nella forza di un’onda gonfia d’aria
nella frugalità di una rosa che sboccia

mi hai vista camminare
nel sabbioso sentiero del mio destino
lungo i pendii scoscesi dei miei principi

eri un ragazzo
sei padre
ora tocca a me
guardarti, aiutarti, accompagnarti
come hai sempre fatto tu con me.

Emozioni di vita

Una lacrima che obbliga le labbra
a chiudersi per non perdere
quella goccia di vita

un sorriso che obbliga il capo
a chinarsi per non ostentare
un’insensata euforia

un battito che obbliga il petto
a farsi capace per non comprimere
il sussulto di empatia

questi i sapori che
alimentano la vita

questi i colori che
dipingono i sogni

questi i profili che
ricamano gli orizzonti

Tu sei qui

Entebbe, 27 luglio 2014

Il cuore comincia a battere più intensamente. È come se le emozioni gonfiassero il sangue che ha quindi bisogno di più posto per scorrere. E allora il cuore batte più forte, per spingerlo su, il sangue, dritto agli occhi stanchi, desiderosi di trovare i tuoi, di catturarli e non mollarli più. Poi il cuore spinge ancora più su, il sangue, che va alla bocca, che stanotte non dovrà parlare ma colorarsi di rosso vivo, vivo come te, sorella. Deve confondersi con la tua vita, il mio rosso. Poi il cuore spinge ancora più su, il sangue, che va alla materia, grigia, attiva nonostante l’ora tarda, ballerina, in cui è costretta a lavorare. E infine scende verso le mani, che ti condurranno alla nostra dimora.
Il sonno ci rapirà. Rapirà quelle due sorelle cresciute insieme, che si sono prese per mano appena viste e non si sono ancora separate, nonostante tutto. Rapirà la nostra complicità, i nostri occhi identici e le nostre bocche diverse. Rapirà i nostri sogni, così vicini da confondersi. Rapirà i nostri animi, abbracciati come non mai.

Le ginocchia tremano, non riesco a controllarle. Non è per il freddo, siamo in Uganda, anche se il cappuccio della felpa mi protegge i pensieri. Non è per il freddo che la mia ombra si muove schizofrenica. È che tu ci sei, anche se non ti posso vedere. È che tu sei qui.

Ho sentito i tuoi respiri, ho annusato i tuoi respiri, ho sorriso dei tuoi sorrisi. Tu sei qui.