The third bite of the Big Apple

Versi arrabbiati di un poeta che ha recitato in fronte a me,
libri usati da persone mai incontrate che sceglievano me come nuova lettrice,
danze africane in una serata che profumava di donne,
un museo che arrotondava lo spazio e infilava aria di cultura nel mio respiro,
un appartamento di cannella che richiama l’origine lontana delle ospiti,
il rinnovato sapore di un abbraccio di due sorelle.

Questa è stata la mia New York.

Durante tutto il viaggio… di Nazim Hikmet

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla
se non quella nostalgia.

Diversità

Salgo sull’autobus, saturo di persone che, silenziosamente, si parlano. Scambiano opinioni con occhi e mani. Non so come possano capirsi, ma immagino che le differenze linguistiche abbiano, nei secoli, fatto sviluppare in loro la capacità di intendersi con una sola occhiata. I sedili sono già tutti occupati, quindi faccio come tutti gli altri. Mi attacco a una sbarra arrugginita appesa sopra la mia testa e mi guardo in giro. Fuori la Karamoja lascia spazio ad altre regioni, altri prati, altre case. Dentro gli sguardi si dirigono, all’unisono, verso me. Non me ne sono accorta subito, ma probabilmente è successo appena ho messo piede su quel veicolo azzurro cielo. Leggo nelle nuvolette appoggiate alle loro menti la domanda che nessuno ha il coraggio di pormi. Li lascio fantasticare, come io faccio con loro.
Ma ecco che un audace signore si fa avanti, si auto-elegge portavoce dei passeggeri concretizzando gli afoni pensieri densi di curiosità: “Come mai in autobus? Non hai più la macchina?”
Rispondo sorridendo, sapendo già dove mi condurrà questa conversazione: “L’ho lasciata a casa.”
Lui ribatte annuendo, è convinto di sapere già la risposta: “É rotta. Ecco perchè non la usi.”
Lo deludo: “No. La macchina è a posto. Ho deciso di non usarla per risparmiare sul gasolio.”
Il silenzio si trasforma in brusio, sembra di essere piombati in un alveare. I visi corrucciati, esprimono il loro dissenso. Il ragionamento è: lei è bianca, quindi ricca. Ha la macchina che funziona. Perchè diavolo non la usa e preferisce un autobus scomodo, sporco e dove non c’è posto nemmeno per un respiro? Il loro ragionamento non fa una piega. Ma io gliela faccio. Faccio una bella orecchia sul capitolo della tollerenza e della diversità. E loro, inconsapevolmente, accettandomi per come sono, mi aiutano a piegare l’angolo di quella pagina. Perchè anche se ai loro occhi posso sembrare strana o diversa, mi vogliono bene per quella che sono. La diversità è difficile da capire e da accettare, ma c’è, esiste. E questo popolo, ritenuto selvaggio e incivile, la accoglie con la spontaneità disarmante di un bambino, la rispetta come una ricchezza impagabile.

Agli occhi degli africani sono strana. Ma forse non solo per loro. Ma questa è un’altra storia.

Il viaggio della speranza

L’abbiamo soprannominato così, il viaggio che ci ha visto come protagonisti sulla strada che ci ha condotto da Kampala a Soroti. La destinazione ultima avrebbe dovuto essere Iriiri, ma non siamo riusciti ad arrivare a casa prima di stamattina.

Ho viaggiato molto in questi cinque anni e mezzo di Africa e ho affrontato gli imprevisti più disparati: cambiato gomme, perso ruote, soccorso ciclisti, dato un passaggio a sconosciuti, attraversato savane tanzaniane, colline burundesi, affrontato ponti incerti e osservato il Congo dall’alto attraverso l’escarpement e tanto altro ancora che non ricordo…

Questo viaggio va quindi annoverato tra quelli più impegnativi, più incredibili, più stancanti.

Partiamo alle 7.30 di mattina da Kampala perchè almeno, ci diciamo io e Fausto, arriviamo a casa presto.

Tutto fila liscio fino a un rettilineo asfaltato che ci sta conducendo a Mbale, a metà strada tra la capitale e la nostra casetta.

BOOM…

E la macchina comincia a sbandare. Riusciamo a tenere auto e paura sotto controllo, per fortuna. La corsa termina a fianco della carreggiata, dopo aver investito un sacco di melanzane che era a bordo della strada per essere venduto.

Mentre Fausto cambia la gomma io contratto col proprietario delle melanzane il prezzo perchè ovviamente lo dobbiamo risarcire. Poi, nel tentativo di aiutare, in qualche modo, mi taglio violentemente la mano e quindi devo accasciarmi sul sedile per non svenire. Finale di questa prima tappa del viaggio: una gomma da buttar via, quella che è scoppiata. Una mano che sanguina lasciandomi senza forze. Un sacco di melanzane di cui non avevamo bisogno. Il mio coltellino è sparito perchè dopo essermi tagliata l’ho lasciato incustodito e, infine, dobbiamo affrontare ancora più di cinque ore di macchina senza ruota di scorta. Siamo fiduciosi, ma non sappiamo ciò che ci aspetta…

Quattro ore dopo, affrontando il terribile tratto di strada che divide Mbale da Soroti, incontriamo due ragazze per strada che ci chiedono un passaggio: una giovane tedesca, rossa di capelli e con la pelle bianca come il latte, con un’amica ugandese. Non abbiamo molto spazio per loro nell’abitacolo, carico di spese fatte a Kampala per noi e per il progetto, quindi devono accontentarsi di viaggiare all’aperto, nel cassone carico di taniche di benzina, melanzane e una ruota inutilizzabile. Sembrano quasi contente…

A Soroti ci attente una bella sorpresa: abbiamo bucato. Nel togliere la gomma che deve essere riparata i meccanici si accorgono che due balestre sono rotte: devono essere cambiate. Occorrono quattro ore. Abbandoniamo l’idea di rientrare a Iriiri in giornata, perchè sono già quasi le quattro e dobbiamo sbrigare ancora alcune faccende che, senza macchina, richiedono il doppio del tempo.

Alle 19.30, esausti, cerchiamo alloggio presso uno dei numerosi hotel in città.

Esco sul balconcino della mia camera e osservo. Di fronte a me ci sono edifici lasciati a metà, case senza finestre, alcune luci qua e là e musica ovunque. Mi piace Soroti, racchiude in sé tutte le caratteristiche che, secondo me, contraddistinguono questa parte di Africa: caotica, anarchica sulle strade, trafficata, costruita senza regole né vincoli, con al centro l’immancabile mercato.

Il viaggio della speranza non è ancora finito, ma per oggi ci accontentiamo. Usciamo a mangiare qualcosa in un ristorantino locale e, come vuole la tradizione, concludiamo la serata con una buona birretta fredda.

Un sonno ristoratore per affrontare l’ultima tappa, Soroti-Iriiri, sperando di esser più fortunati.

Fumo

Anna spegne la sigaretta. La spegne distrattamente, compimento dell’ennesima azione della giornata che non le dà soddisfazione. Sono gesti consueti e abitudinari per lei, non vi fa più caso. Assorta com’è nelle sue paure, nelle sue paranoie, nei suoi dispiaceri e delusioni, una sigaretta non cambia lo schifo quotidiano. Ma continua comunque a darle quel piccolo piacere, seppur fugace e brevissimo, di relax e calma di cui sente di aver bisogno. Soffiando rabbiosa lontano da lei il fumo che ha trattenuto per qualche istante in bocca, schiaccia il mozzicone con forza, come se quel movimento potesse spegnere, insieme alla sigaretta, tutti i pensieri che la tormentano. Il suo sguardo, vitreo e perso, si ferma su quella nuvola inconsistente che sale, sfuma e danza al suono dell’aria. Un suono che non giunge alle sue orecchie ma che c’è e fa fremere il segno di qualcosa che continua a vivere nonostante sia stata fatta morire la sua fonte di vita.
Improvvisamente, Anna viene rapita da quell’immagine che si crea davanti ai suoi occhi verdi, grandi e profondi. Potrebbe essere lei quel fumo. È sua quella vita alla quale hanno tolto tutto, alla quale hanno spento la fonte, schiacciandola con rabbia. Un sentimento profondo comincia a salirle dal ventre e calde gocce amare le rigano il viso. Erano anni che non piangeva. E come due mani amiche, quelle lacrime la confortano, la scaldano, le infondono coraggio, la fanno sentire di nuovo viva.
Ha paura, Anna, paura di cadere di nuovo, di non farcela. E il timore la spinge a guardare indietro, alla sua apatia, alla sua depressione, alla sua tristezza, in balia delle quali si sente tanto sicura. Ma questa volta è diversa. Questa volta la sua volontà può vincere sull’acrasia. Perché il suo viaggio è già iniziato, anche se Anna non sa dove la condurrà.
Di una cosa è sicura: questa è una nuova partenza, una rinascita, l’inizio di un viaggio lungo una vita. La sua nuova vita.

Anna é un personaggio inventato, che ha preso forma nella mia mente in un flash di qualche tempo fa. Ma seppur non esista questa Anna, credo che lei rappresenti ognuno di noi… rappresenti una persona come tante, con i suoi problemi, che ha voglia di cambiare vita perché crede ancora in un cambiamento, perché spera ancora.