Aisha

È mattina presto, anche se il caldo della capitale la fa già sudare. Piccole gocce d’acqua rigano il viso color caffé di Aisha mentre le sue mani sbrigano le quotidiane faccende con maestria. Il cesto delle patate davanti a destra, i pomodori adagiati in mucchietti da cinque sul ripiano a sinistra, le borsettine di plastica appese in alto, lo zenzero e alla cannella riposti in un cestino a portata di mano, la papaia insieme agli altri frutti maturi, pronti per la consumazione. Il banco di Aisha sorge su ciglio della strada. È colorato e profumato, come lei.

Mi sorride mentre contratto con una finta insistenza, dettata solo dalla consuetudine che ho ereditato dal Burundi.

See you tomorrow, my dear…” mi dice.

Sure, I’ll come tomorrow, my friend!” rispondo io.

 

Il giorno dopo il banco della frutta e della verdura di Aisha non c’è. Niente baldacchino di legno che esponga le primizie della terra, nessuna tettoia che mi ripari dal sole cocente, nessuna seggiolina che mi ospiti mentre attendo che la mia spesa venga impacchettata. Ma soprattutto, nessun sorriso dietro al bancone pronto a soddisfare le mie richieste.

 

Il vuoto lasciato dalle bancarelle che, insieme a quello della mia amica, formavano un mercatino locale vicino alla nostra casa sembra una cava a cielo aperto. Tutti i venditori sono stati forzati a lasciare tutto per far spazio a una strada che un giorno -chissà quando- verrà ampliata per rendere il traffico più fluido. La sopravvivenza di decine di famiglie messa a repentaglio dal cemento. Si deve far spazio, ci sono molte auto, occorre allargare la carreggiata.

 

Ci si sacrifica per il progresso. Un progresso che ad Aisha non interessa, che anzi odia perchè le ha portato via l’unico business che le dava un po’ di indipendenza…

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Primo post del duemiladodici

Questo primo messaggio che lancio a me stessa vuole essere un augurio. Un augurio di serenità. La sto cercando, ne ho bisogno, la desidero. Questo mio secondo viaggio in terra africana è molto più difficile del previsto. Molto più difficile del primo. Sto notando, inevitabilmente, le differenze. Come quando si cambia fidanzato e si fa il bilancio degli aspetti positivi e negativi del vecchio rispetto al nuovo e ci si domanda: è meglio questo di quello che ho mollato? Anche io, quindi, sto facendo le mie valutazioni, seppur nella difficoltà di mettere a confronto un’esperienza di quattro anni a una che è appena iniziata. Una meta sospirata, voluta e richiesta con forza: questa è per me l’Uganda e in particolare il progetto a Iriir. Ho avuto ciò che volevo e ora non mi resta che vivere intensamente questi tre anni. Comincia un altro gioco, un’altra sfida, un’altra vita, un’altra quotidianità. Mi aspettano l’inglese, la lingua karimojong, Fabio, Marco, la piatta savana che si vede dai documentari e cos’altro…? Ve lo racconterò strada facendo. Appena ritroverò il mio equilibrio interiore, la mia pace e la mia calma africana, riuscirò a essere più regolare con gli scritti e, spero, a intrattenere rapporti con amici vecchi, recenti e nuovi che incontrerò sulla mia strada. Ora non mi rimane che ringraziare mia sorella. Perché mi è sempre, sempre, sempre vicina. E perché senza di lei non sarei quella che sono.