Tratto da “Germogli africani”, di Bonomo, Bronzini e Piazza

La diversità fra le due situazioni era evidente: mentre i karimojong di Kaabong apparivano una delle popolazioni più tradizionali dell’Africa, vestendo pelli di vacca, a Namalu pur avendo perso tutto, la gente appariva vestita all’occidentale, persino con le scarpe… in realtà era vera povertà: proprio dai vestiti e suppellettili moderne ricevute con le donazioni, si capiva che a Namalu tutto era andato perduto. Ciò che poteva apparire come ricchezza rivelava la distruzione e la dipendenza dall’aiuto.

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Field visit

Incontrare i contadini con i quali lavoriamo è la parte del mio lavoro che più mi soddisfa, mi fa sentire al mio posto, mi stimola e mi fa percepire che stiamo andando dalla parte giusta.

Parto la mattina, con la scatoletta rossa, che si fa notare volentieri, e mi dirigo verso la zona prestabilita con l’animatore del posto. Sulla strada bambini e adulti, indaffarati nelle rispettive incombenze quotidiane, mi salutano con un allegro: “Pauuusto!”, ma poi si accorgono che non sono lui e la smagliante luna crescente disegnata dal loro sorriso, si trasforma in un accecante sole di stupore nel vedere me al posto di guida. Le sopraccilia si inarcano verso l’alto e, per un istante che a me sembra infinito, tutto si ferma. Le attività vengono sospese per osservarmi, per cercare di dare una spiegazione a quest’insolita visione. In seguito al mio saluto, accompagnato da un sorriso che tenta di rassicurali sulla mia capacità di guida, li risveglia dall’incantesimo e tutto, almeno apparentemente, torna alla normalità.

Arrivata a destinazione, parto a piedi per raggiungere i campi coltivati, per vedere le piantine da frutta e da legna, per stringere le mani, fiere e forti, degli agricoltori che si sono impegnati in questi mesi. Respiro, inalo a pieni polmoni l’aria pulita, assaporando ogni singola particella di ossigeno che mi riempie lo sterno. Spalanco gli occhi più che posso per abbracciare l’intero paesaggio in un colpo solo, avida di orizzonti infiniti come sono. Affondo i miei piedi nel fango, riemergendo da esso con cinque chili di terra morbida attaccati alle suole delle scarpe.

Prima di ripartire per tornare a casa, vengo invitata a condividere con l’intero villaggio quello che in Italia si potrebbe definire un aperitivo, composto da birra locale (il solito kutukutu) e arachidi. La preparazione di questo momento, ha un qualcosa di solenne, ai miei occhi. Ogni movimento è compiuto con cura e l’abitudine lo rende aggraziato, preciso, sicuro. Mi tolgo le scarpe, per sedermi su una stuoia. Acqua calda viene versata nella brocca. Gli anziani, che bevono per primi, mi passano con attenzione la preziosa bevanda. Ogni singola arachide viene denudata dal suo guscio. Tutto è sacro, anche il momento stesso. E io assisto, anzi partecipo, a questa sacralità.

Oggi parliamo d’altro

Spesso i miei racconti raccontano di storie più o meno reali, di me, di come vorrei essere e dei miei sogni, delle mie esperienze personali e dei miei problemi che in alcuni momenti sovrastano tutto il resto.
Mi sono sempre interessata di politica, di ingiustizie, di diritti umani, di donne, di economia, di libri, di film, di storia, di geografia, di streghe e fate, di viaggi e di molto altro. Ma oggi vorrei parlare della cosa che più mi appassiona, mi forma, mi fa crescere e conoscere, mi apre il cuore e la mente, mi ispira e mi dà la forza per andare avanti: il mio lavoro.
Difficile da definire, da etichettare e da spiegare, ma così appassionante e coinvolgente che riempie le mie giornate e il vuoto che mi porto dentro.
Ci occupiamo di agricoltura, agro-forestry, conservazione ambientale, miele e tanto altro. Lavoriamo con scuole (e quindi insegnanti, alunni e genitori di questi ultimi), agricoltori, vivaisti e apicoltori.
Quando qualcuno mi chiede in cosa consiste il mio lavoro, sorrido e rispondo che la mia occupazione principale è camminare. È un cammino verso le persone, attraverso i plot dimostrativi, osservando ciò che è stato fatto in questi quindici anni di presenza SVI e godere dei frutti di ciò che è stato seminato da chi mi ha preceduto. Il mio lavoro è anche incontrare, confrontarmi, parlare e ascoltare. Sto imparando molto qui in Karamoja. Sono sempre l’ultima, ma anziché demoralizzarmi questa mia situazione mi stimola a dare di più. Le persone con le quali mi confronto quotidianamente aprono i miei orizzonti, mi fanno sentire piccola e impreparata e per questo li ringrazio. Claudio vive in Uganda da quindici anni, è stato il primo volontario SVI a Iriir, ha aperto questo progetto che chiuderà nei prossimi tre anni e la sua presenza è per me una garanzia, una sicurezza, un pilastro sul quale so di poter contare sempre. Poi ci sono Fabio e Fausto, i miei “fratelli maggiori” che oltre a insegnarmi le cose pratiche delle attività, sono dei grandi amici e confidenti senza i quali mi sentirei molto più sola. Ci sono poi i nostri animatori di villaggio, karimojong che seguono tutte le attività con esperienza e passione. Sono dei personaggi interessanti, aperti e divertenti. E poi ci sono tutte le persone che mi stringono la mano, mi sorridono, mi accolgono nelle loro case, nei loro giardini, nelle loro famiglie.
Ecco. Questo è il mio lavoro, o meglio una parte di esso. Ci sono anche la contabilità, le riunioni, i soldi, i conti, le relazioni, la burocrazia, i visti, le mail, gli articoli, le telefonate, ma queste sono cose meno interessanti, seppur altrettanto importanti. Magari di queste cose ne parlerò un’altra volta…

Tratto dal libro “Africa, sognare oltre l’emergenza – Gino Filippini quarant’anni a fianco degli ultimi”

Il motto di Gino, ex volontario SVI morto nel 2008, al quale è dedicato questo libro edito da PAOLINE EDITORIALE LIBRI, era: “aiutare a sognare è diventato il mio mestiere, la mia vocazione”. Riporto alcune parti di questo libro che riassume l’essenza del volontariato per come lo intendo io, oltre a riportare alcuni pensieri sulla nostra scelta di vita che condivido.

È veramente indispensabile che tutti si sia animati dai propositi più seri di fare di ogni comunità un insieme di persone che si rispettano, si comprendono, si accettano per quel che sono, si aiutano a fondersi sempre più! È della massima importanza, altrimenti è meglio stare a casa. Accostarsi a un’altra cultura non vuol dire abbandonare la propria. È sciocco ad esempio, atteggiarsi a straccioni quando la gente sa benissimo che le nostre possibilità sono ben altre; ma nello stesso tempo bisogna cercare di non offendere la loro povertà, osservando un tenore di vita modesto. In definitiva non si tratta di assumere meccanicamente modelli di vita africani ma piuttosto accogliere i valori della cultura (…) e cercare di incarnarli nella nostra realtà. Sogno di ogni aiuto è divenire un giorno inutile. La scelta di fondo del volontario è la liberazione dell’uomo, più precisamente la liberazione da una condizione di oppressione, dipendenza, miseria, sottosviluppo… vale a dire che nei rapporti internazionali il volontario è dalla parte degli Stati oppressi e contro gli Stati oppressori; all’interno dei singoli Paesi è dalla parte delle masse dominate e contro i gruppi dominanti. “Voi volete arrivare a che cosa? A riempire dei buchi (perché ci sono dei buchi) o volete fare una nuova strada, una strada che serva e che rimanga fatta una volta per tutte? Voi vi attaccate alle manifestazioni della povertà e del sottosviluppo, o cercate di andare anche alle ragioni?”

Lettera ai volontari

Qui di seguito riporto una lettera che ho trovato tra i miei documenti… l’ho scritta a dicembre, prima di rientrare dopo quattro anni di Burundi in Italia. E’ un bel testamento, e lo voglio condividere… Bujumbura, 1° dicembre 2011 Cari Mivini, scusate il modo e lo stile della lettera dattiloscritta a computer ma l’abitudine e l’immediatezza – data la volatilità dei miei pensieri- si addicono meglio a ciò che mi accingo a scrivere. Ciò che segue non è altro che un disordinato miscuglio di sensazioni, ricordi, auguri e ipotesi di una persona che sta per lasciare un Paese che le ha rubato un pezzo di cuore, un Paese che le ha insegnato tanto, che l’ha fatta soffrire e gioire, che ha dato e ricevuto. Prendete quindi tutto ciò che scrivo con le pinze perché ricordatevi sempre che questo è il mio punto di vista e, come spiegano bene al corso SVI, come tale deve essere considerato. Durante questi mesi di convivenze ho parlato molto, troppo forse. Ho cercato di rendervi chiaro un Paese che mi è ancora sconosciuto, ho cercato di farvi capire come funzionano alcuni meccanismi che in gran parte mi sono ignoti, ho sperato di riuscire a darvi un quadro generale di una situazione in continua evoluzione. Le parole usate, però, sono sicura serviranno. Arriverete a un certo punto in cui capirete cosa volevo dirvi, in cui udirete per la prima volta – comprendendone a pieno il significato – frasi, espressioni, avvertimenti ed esempi ascoltati (ma non pienamente carpiti) un po’ di tempo addietro. Ci sarebbero altre mille cose da dire, avreste (forse) ancora centinaia di domande da pormi, ma l’unica cosa utile che mi sembra di dover aggiungere, e spiegare, è la seguente: lasciatevi andare all’avventura che il Burundi vi chiama ad affrontare. Cercate di dare il meglio di voi sempre, con chiunque, in ogni istante. Lasciate perdere gli schemi che dopo tanti anni in Europa è normale avere. Ricordate che ciò che per voi è scontato, logico o ridicolo nella sua stupidità, qui non lo è. Buttate via ogni orgoglio, ogni stima, ogni barriera, ogni frontiera che vi trattiene nel farvi abbracciare da questo mondo. Aprite il vostro cuore e la vostra mente. Apritevi al diverso. All’ignoto. Affrontate i vostri timori, le vostre paure, i vostri pregiudizi, i vostri limiti e andate oltre. Siate attratti da chi è diverso da voi perché vi può far scoprire mondi nuovi. Siate umili. Disponibili. Non pensate di essere arrivati. Mai. Ogni piccola vittoria nasconde un nuovo traguardo. È un gioco che richiede pazienza, buona volontà, intelligenza e un pizzico di fortuna. Cercate sempre di leggere tra le righe. I barundi non dicono mai ciò che pensano. Dovete imparare a capire cosa vogliono davvero dirvi. Le parole sono meno importanti. Osservateli, spiateli, ascoltateli. Vi accorgerete che il messaggio viene lanciato attraverso gli occhi, le mani, i sorrisi, i visi corrucciati, le espressioni del viso e i movimenti del corpo. Non basta ascoltarli. Occorre capirli. Cercate, tra di voi, di parlare spesso. Se avete bisogno di sfogarvi, fatelo. Davanti a uno specchio, sotto la doccia, parlando con i cani, non è importante, ma fatelo. Almeno voi non tenetevi i problemi dentro. Esternateli. Ci sono vari modi per farlo. Trovate quello che fa al caso vostro. Cercate l’incontro/scontro. Il primo è inevitabilmente legato al secondo. Il primo non può esistere senza il secondo. Non c’è un vero incontro se non ci si scontra senza peli sulla lingua, con franchezza e chiarezza. Innanzitutto dentro di voi e poi con gli altri. Non abbiate paura di ciò che non sapete fare. Mettetevi alla prova. Non rinunciate prima di averci provato. Mettetevi in discussione. Scoprirete nuove parti di voi. Se, al contrario, vi chiuderete a guscio, non riuscirete a trovare un vostro posto, un vostro ruolo. Loro vi vedono, vi conoscono. Se c’è qualche cosa che non va lo percepiscono. Lavorare con i barundi richiede una buona conoscenza di se stessi. Riconoscere i propri limiti e mostrare loro di aver voglia di superarli è un buon inizio. Essere attenti ai loro bisogni, senza però farsi prendere in giro. Dovete ammettere i vostri errori. Sempre. Cercare di evitare i più banali, i più stupidi. Ma abbiate l’umiltà di chiedere scusa se l’errore l’avete commesso voi. Ricordate sempre che siamo a Mivo per fare auto-sviluppo e non assistenza. A volte è difficile distinguerli. O diventa difficile dire di no. Ma dovete farlo. Siate brillanti, stupiteli con prospetti già pronti, zappe già comprate, riunioni già pianificate e organizzate. A loro piacciono le cose fatte per bene. Soddisfateli. Cercate sempre di scoprire cosa c’è dietro. La maggior parte delle volte non ci riuscirete ma almeno provateci. Informatevi, andate a conoscere, andate a guardare, uscite da Mivo. Non pensiate sia tempo perso. Non lo è mai. Confrontarsi è sempre importante. Cercate di imparare bene il kirundi. Cercate di rispettare le tradizioni e gli usi locali, per quanto noiosi o incomprensibili siano. Ricordatevi che il colore della vostra pelle non potrà mai cambiare. Voi siete e rimanete bianchi. Potete essere dei bianchi bravi, che trattano con dignità i propri lavoratori, che credono in ciò che fanno, che credono in un Burundi migliore. Oppure potete continuare ad alimentare il mito dell’uomo bianco onnipotente che, come per magia, risolve i problemi del mondo, creandone però da un’altra parte. Rispettate le esigenze dei vostri coinquilini. La privacy, la stanza, i momenti in solitudine sono importanti. Minimizzate i problemi e ingigantite i (piccoli) risultati. Chiamate se avete bisogno. Abbiate l’umiltà di farlo. Ci saranno momenti difficili in cui la presenza di una terza persona può davvero aiutarvi. Parlate, parlate e confrontatevi. Ricordatevi che siete un’équipe. Ciò vuol dire che si sbaglia in tre, che si gioisce in tre, che non c’è un capo, che occorre decidere tutto insieme, che nessuno di voi si deve permettere di pensare per gli altri. Un’équipe SVI condivide tutto. È difficile ma questo vi viene chiesto e questo dovete fare. Davanti a loro fatevi vedere uniti e solidali, decisi e non contradditevi mai. Ritagliatevi spazi vostri, fate percorsi diversi, ma l’arrivo dev’essere lo stesso per tutti e tre. Lo so, mi sono ripetuta, le ho già dette tutte queste cose e non c’è nulla di nuovo. Ma avevo già premesso: disordinati pensieri! Mi rendo benissimo conto, ora che ve lo scrivo, di essere riuscita a seguire solo alcuni di questi consigli che con superiorità mi permetto di dispensare. Mi rendo conto di aver sofferto tanto. Di aver pianto tanto. Di aver avuto voglia di scappare. Di cambiare. Di essere un’altra persona. Ma poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato e le cose hanno cominciato ad andare. E con esse noi abbiamo trovato un nuovo equilibrio. Interiore innanzitutto. E poi con gli indigeni. È stata una delle esperienze più belle della mia vita e rifarei tutto. Ripeterei ogni cosa. Sarà così anche per voi, ne sono sicura. Non lasciate che fraintendimenti, silenzi o divergenze rovinino questi vostri tre anni. Viveteli al massimo. Vi sentirete davvero vivi. La convivenza non è mai semplice, l’ho vissuta sulla mia pelle. Cercate però che rimanga una piccola piega in un foglio immacolato. I problemi tra di voi non devono influire sui risultati del progetto. Sarebbe una grandissima mancanza da parte vostra. Io litigavo tutti i giorni con Marco, piangevo tutti i giorni, ma mi sono sempre sforzata di dirgli tutto ciò che mi pareva inerente al nostro lavoro, anche a costo di essere presa per stupida, anche a costo di sentirmi dare delle risposte assurde, anche a costo di sentirmi dire: “ tu non hai ancora capito niente del progetto” dopo più di nove mesi che ero a Mivo. Non è stato facile, anzi. Ma le difficoltà che ho superato con lui mi hanno aiutato ad affrontare i problemi con i barundi. Cercate di sfruttare al meglio l’opportunità che lo SVI vi dà di condividere un’esperienza così tra di voi. Cercate di sorridere anche quando vi sembra impossibile. Mandate giù i bocconi amari. Se cadete, rialzatevi. Testa bassa. Non vantatevi di ciò che avete fatto o di ciò che credete sia solo merito vostro. Se i barundi non vogliono farvi fare una cosa, se non sono d’accordo con voi, trovano il modo per farvelo capire o vi possono addirittura impedire di arrivare dove vi eravate prefissati. È casa loro, sono loro che dettano le regole. Se volete giocare, dovete accettarle. Giocate, giocate fino in fondo. Sono solo parole, penserete voi. La realtà quotidiana è un’altra cosa. Lo so, e avete ragione. Questa lettera voleva solo farvi fermare un attimo a riflettere. Riflettere sulla vostra scelta di vita. All’inizio pensavo di “essere brava” solo perché avevo deciso di venire a vivere in Burundi. Mi sbagliavo. Essere brava significa lavorare per tre anni a Mivo, sforzarsi di uscire la mattina dalla porta di casa e capire cosa bisogna inventarsi quel giorno. Essere brava significa accettare il ruolo che si ha e rispettarlo al meglio. Essere brava significa accettarsi e farsi accettare. Rispettare e farsi rispettare. Perdonare e farsi perdonare. Essere brava è amare questo posto e farsi amare da lui. Ho visto tante persone in questi quattro anni che sono scappate via perché, anche solo dopo pochi mesi, non sopportavano più alcune cose di questo Paese. Trovo sia ridicolo. Il Burundi è di certo un Paese difficile, e la sua popolazione non è da meno, ma se volete davvero ambientarvi e stare bene qui dovete prendere ciò che vi viene offerto. E ciò non vuol dire accontentarsi. Va benissimo anche arrabbiarsi, altrimenti vuol dire che non provate alcun sentimento. Vuol dire semplicemente che si accetta la realtà per quella che è. Non pensiate di ribaltare il mondo, di salvare vite umane o di modificare una struttura sociale che esiste da secoli. Pensate in piccolo. Un passettino alla volta. Senza fretta e ragionando bene su ogni decisione. Uno scalino dietro l’altro. Se marcerete bene, raggiungerete la vetta. Ora sappiamo già che tra un paio di mesi ci rivedremo e che avremo modo di parlare, di discutere, di chiedere e di rispondere e mi sembra tutto più semplice. Avremo un’altra opportunità di scambio e di incontro tra di noi che sarà importantissimo. Sono felice di poter tornare. E sono felice di poter continuare ad aiutare il Burundi. Non mi resta davvero altro da dire. Finalmente, penserete! Avete ragione. Credo che questa lettera sia servita più a me che a voi. Mi è servita per riflettere, per rievocare sentimenti passati, per ricordare. Vi auguro davvero tre anni splendidi, ricchi di emozioni e di soddisfazioni. Un abbraccio a tutti e tre. Con affetto, Francesca

Primi incontri

La mia avventura ugandese è appena iniziata e comincio a scorgere i primi sorrisi nei miei confronti, o meglio nei confronti di una bianca che vaga da sola in un quartiere di Kampala in cerca di pattumiere, falegnami che riparino sedie, coperchi di latta, sambussa, chapati, verdure e multiprese… comincio a sentirmi a mio agio in questo nuovo angolo di mondo che si sta aprendo attorno a me. Ieri al porto con Dami ho incrociato sguardi nuovi, incuriositi e a volte diffidenti delle persone che, per un motivo o per l’altro, passano la loro giornata attorno a quell’immenso specchio che è il lago Vittoria. I miei compagni di viaggio sono Dami, Michela, Claudio, Winnie, Nicole, Bishop, Angelo, Maria e Gloria. Questa squadra è destinata a ingrandirsi col passare dei giorni, dei mesi e degli anni… Dami, immagino lo conosciate già, è il mio sostegno, il mio equilibrio, la mia forza. Michela è una SVItata, nel senso che è un membro attivo dello SVI, arrivata a Kampala a novembre. Rimarrà a farci compagnia fino a settembre. È fissa a Kampala… peccato non averla con me in Karamoja… tra donne ci si intende… ma sono contenta di poter avere la possibilità di conoscerla almeno in questo mese che trascorrerò in capitale per l’apprendimento dell’inglese. Claudio, Winnie e Nicole sono una cosa sola. Una splendida famiglia… e degli ottimi insegnanti di vita, ognuno per le proprie caratteristiche: Claudio per l’esperienza e l’entusiasmo, Winnie per la pazienza nel correggere il mio pessimo inglese e Nicole per i suoi sorrisi e il suo spirito di osservazione. Bishop e Angelo sono le nostre guardie del corpo. Due guerrieri karimojong che vegliano su di noi. Maria e Gloria sono due super lavoratrici che ci rendono la permanenza a Kampala più piacevole e agevole. Ecco, questo è il mio nuovo mondo. La mia nuova quotidianità. Questi sono i miei primi incontri. Accanto a loro un universo da scoprire. Mercatini, negozietti, botteghine affiancati da centri commerciali, mercati per turisti, negozi delle più grandi e famose marche di multinazionali esistenti in Africa. È una continua scoperta, un incontro, un cammino verso il mio futuro. Nuovi limiti da sormontare, nuove paure da sconfiggere, nuovi sorrisi da scorgere, nuove persone da incontrare.

Coi piedi per terra (articolo tratto dal sito dello SVI www.svibrescia.it)

Grazie a Greenaccord anche nel 2012 alcune famiglie bresciane calcoleranno la loro impronta ecologica. Ascolta l’intervista con il coordinatore del progetto, il Prof. Andrea Masullo (docente di Fondamenti di Economia Sostenibile presso l’Università di Camerino) oppure leggi la sintesi. A cura di Bendinelli e Vezzoli Ascolta l’intervista completa: quali sono i fondamenti dell’economia sostenibile, che cos’è il Living Planet Report, quando si può dire che la mobilità è sostenibile, filiere corte e sovranità alimentare. Che cos’è l’impronta ecologica? È un indicatore che di solito viene riferito a interi paesi: per ogni attività, l’impronta ci dice quanta terra produttiva è necessaria. È invece più complicato da calcolarsi a livello personale; proprio questo è stato lo sforzo di Greenaccord. L’impronta è utile soprattutto perchè ci dimostra in che misura noi partecipiamo all’insostenibilità del sistema; ci mette un po’ con i piedi per terra, restituendoci la realtà delle cose. Considerando il centinaio di famiglie bresciane che hanno partecipato al calcolo dell’impronta nel 2011, risulta un valore medio di 4,39 ettari equivalenti per persona, in linea con i risultati del Living Planet Report 2011 per l’Italia (il rapporto annuale dell’International Footprint Network). Il dato sembrerebbe lusinghiero, peccato che ogni italiano abbia a disposizione un solo ettaro di cosiddetta biocapacità. Le voci che incidono di più sull’impronta ecologica delle famiglie bresciane sono gli alimentari col 33% e le spese per la casa e i servizi, entrambe al 14%. Questo significa che i cittadini bresciani utilizzano una biocapacità – cioè terra produttiva – quattro volte superiore rispetto a quella che hanno a disposizione. Gran parte delle nostre attività e dei nostri consumi fanno dunque riferimento a terra che si trova altrove. Per gli alimenti pesano alcuni vizi alimentari e dei consumi. Per esempio, ridurre il consumo di carne rossa è importante perchè la carna bovina da allevamento richiede grandi estensioni di territorio e piantagioni di foraggio. Una buona pratica è leggere sulle etichette la provenenienza: la frutta fuori stagione viene da altri continenti, con grandi consumi di cherosene (in quanto deperibili, questi prodotti viaggiano spesso in aereo). Possiamo inoltre ridurre il consumo di acqua in bottiglia. La stragrande maggioranza dei nostri comuni distribuisce acqua di ottima qualità; dove non accade i cittadini dovrebbero agire per ottenerlo. Un altro suggerimento è ridurre i consumi di cibi surgelati, che comportano grandi consumi energetici; tuttavia, mi rendo conto che nella routine quotidiana questi prodotti possono risultarci comodi. Anche a questa fretta dovremmo però opporci: rallentiamo i nostri tempi, facciamo meno cose e meglio, ci migliorerà la qualità della vita. Nel 2011, 3 famiglie bresciane sulle 90 che hanno calcolato l’impronta sono risultate in linea con la biocapacità italiana (poco più di un ettaro). Eppure il campione era formato anche da molti GASisti, ossia da persone che nelle proprie scelte di consumo e di acquisto esprimono grande attenzione e sensibilità. Assumere singolarmente comportamenti sostenibili sembra inutile se non si interviene per modificare un sistema basato su filiere lunghissime, sullo spreco delle risorse e su posti di lavoro quasi sempre lontani da dove si vive. Alcuni studiosi, come Latouche, parlano della necessità di de-globalizzare l’economia, magari passando per un protezionismo intelligente, capace di sostenere le produzioni locali. Preferisco parlare di sviluppo a mosaico eco-regionale: ogni territorio ha le sue caratteristiche e culture; ogni territorio dovrebbe avere il suo modello di sviluppo, in un dialogo con gli altri. Lo scambio di culture, prodotti, tecniche ed esperienze produttive può renderci più ricchi. Il protezionismo va assunto dunque in un’ottica di solidarietà diffusa, non all’antica, dove ognuno pensa per sé. Per saperne di più sul calcolo dell’impronta ecologica da parte delle famiglie bresciane, potete contattare la coordinatrice locale, Silvia Mora. Pubblicato il Feb 27, 2012

Assistenza o sviluppo?

Questa non è altro che la mia opinione, che vale poco o niente. Non sono la prima né sarò l’ultima a parlare di questo eterno dilemma, ma la questione, in questo periodo, mi riguarda da vicino. Cosa vuol dire aiutare qualcuno? Vuol dire renderlo dipendente da te? Vuol dire sopperire a ogni suo bisogno incondizionatamente? Vuol dire mostrargli che tu puoi e lui no? Vuol dire renderlo schiavo del tuo aiuto? Secondo me no. Aiutare qualcuno vuol dire percorrere un cammino insieme. Vuol dire intervenire in caso di vero bisogno. Aiutarlo ad aiutarsi. In Africa, come nel resto del mondo, distribuire caramelle, costruire ospedali, dare “a fondo perduto”, distribuire e regalare non serve a nulla se la gente che riceve tutto ciò non ha i mezzi (finanziari e non) per gestire i “doni”. La figura dell’uomo bianco, che continua a dare gratuitamente qualsiasi cosa, alimenta il mito del muzungu onnipotente, ricco e sviluppato. Ma è una falsa realtà. In questi quattro anni in Burundi ho visto a cosa porta l’assistenzialismo. E ho visto a cosa porta l’auto-sviluppo. Sono due mondi diversi. Sono due modi diversi di guardare e affrontare la realtà africana. Sono due modi diversi di aiutare. Il primo crede di aiutare dando. Il secondo aiuta camminando insieme alla gente del posto. Il primo si pulisce la coscienza versando soldi, dei quali solo l’1% arriverà a destinazione, il secondo cerca una condivisione vivendo con gli indigeni. Il primo vive di grandi progetti che altri non aiutano se non se stesso. Il secondo vive dei sogni di chi ancora spera in un mondo migliore. L’assistenza non risolve nessun problema, ma al contrario ne crea di nuovi. A Bujumbura, per esempio, esiste un ufficio che lotta all’inattività. È incredibile, no? Eppure questa è la realtà che affronto tutti i giorni. Le persone non si danno da fare per sbarcare il lunario. Il loro lavoro è attendere la distribuzione di turno e farsi trovare pronte al momento giusto. Ragazzi nel fiore degli anni sprecano il loro tempo ad annoiarsi. Dormono durante il giorno e bevono la sera. Bevono con i soldi guadagnati dalla vendita dei “regali” ricevuti da un’ONG piuttosto che dall’altra. L’auto-sviluppo, al contrario, crea un legame molto forte tra chi dà e chi riceve. Entrambi lavorano per costruire qualcosa insieme. Anche qui c’è un flusso, da una parte all’altra, ma è reciproco. Non è a senso unico. È sempre difficile mettersi in discussione, ammettere i propri errori e accettare la realtà, ma l’Africa non ha più bisogno di qualcuno che imponga cosa e come deve fare, non ha più bisogno di stranieri che, in cambio di sfruttamenti minerari o petroliferi, facciano finta di migliorare le condizioni di vita del Paese che stanno derubando. Non ha più bisogno di essere “aiutata” in questo modo. Naturalmente non cambierà mai niente perché per garantire un alto stile di vita a pochi occorre affamare molti. E per affamarli occorre tenerli ignoranti e dipendenti. Ma la colpa non è solo nostra. Sono i capi di stato africani che dovrebbero pensare al proprio popolo. Sono loro che dovrebbero migliorare le condizioni di vita in cui riversano i loro elettori. Sono loro che dovrebbero dire no. Finché non lo faranno, l’Africa rimarrà la terra delle grandi occasioni per gli stranieri e della fame per i locali.