Una sera come un’altra…

Uno zio di Betty muore improvvisamente. Il cadavere giace lungo la strada, in attesa che qualcuno lo vada a recuperare per essere trasferito alla casa di origine. L’unica macchina disponibile a Iriiri è, a quanto pare, la nostra. Allora si parte.

Betty è seduta dietro, con altre persone che vengono con noi per aiutarla, mentre davanti, accanto a me, sale una bella signora col capo coperto, vestita bene, che si sorseggia una Fanta all’arancia. Mi sembra completamente fuori luogo, così lontana dalla realtà a cui stiamo andando incontro. Ancora più fuori luogo è l’odore troppo zuccherato di quella Fanta, che mi fa rivoltare lo stomaco.

In auto, durante il viaggio, nessuno fiata. Sembra che l’aria che respiriamo sia un dono prezioso, nessuno vuole sprecarne nemmeno un goccio.

Quando viene il momento di caricare la salma sul retro dell’auto, un senso di nausea si prende le mie interiora, con foga e cattiveria, come se la sacralità di quel momento non dovesse riguardarmi, come se volesse farmi sentire fuori luogo, come quella Fanta della signora velata.

I fari dell’auto mettono in risalto i contriti profili, la luce rossa dello stop crea una sorta di atmosfera che però non basta a nascondere la crudezza del fatto.

Ancora quel senso di nausea mi mette a dura prova quando, nel momento di partire, Betty mi dice che i piedi del cadavere escono dalla macchina, quindi non è stato possibile chiudere lo sportello. Bene, così dovrò andare pianissimo per non perdere il corpo irrigidito.

Il buio, poi, non aiuta, le migliaia di stelle sopra i nostri capi non riescono a sopperire la mancanza di una luce che illumini la strada. Allora strizzo gli occhi, come una miope, punto sfrontata gli abbaglianti e procedo a zig zag. I quindici chilometri più lunghi della mia vita, mi pareva di non arrivare più. Poi, non ricordo esattamente come, arriviamo. Tutti mi ringraziano sommessamente.

E io torno a casa con il mio senso di nausea, con il sentore di essere stata fuori luogo, ma cercando di pensare che il tempo accarezzerà gli scogli, fino a farli divenire sabbia. Cercando di pensare che domani sarà un altro giorno. Forse, migliore di questo.

Quotidianità ritrovata

Respiro di nuovo. Dopo l’apnea delle settimane scorse, che mi stringeva il cuore in una morsa, i miei polmoni trovano spazio nella cassa toracica che, finalmente, non ha più paura a dilatarsi assecondando pensieri e sospiri.
Respiro di nuovo. Dopo la cecità delle settimane scorse, che ha offuscato il mio sole e coperto l’umore acqueo di ombre, la stabilità delle montagne che mi cullano da quasi tre anni mi scaldano in un rinnovato abbraccio.
Respiro di nuovo. Dopo le aride lacrime versate dal mio cuore, il sorriso si riaffaccia su un volto troppo cupo per potersi riconoscere.

Respiro. Sono viva. Sono qui.

Farfalle ricamano le orme lasciate dalle mie scarpe pesanti, zavorrate dai pensieri, trattenute dal fango della terra che mi ricorda ad ogni passo il mio legame con essa.
Il vento spinto dal Napak mi porta profumi d’altri tempi, d’altri luoghi, d’altre vite. Lo sfioro con il naso all’insu, per poterlo assaporare meglio, lo abbraccio con gli arti che si protendono per trattenerlo, fallendo.
Ascolto il silenzio che ho imparato ad amare. Un silenzio denso, loquace, vivo, che parla la mia lingua e che sa ascoltare.

E, accanto a me, Lorot whatsappa con il mondo intero…

Diversità

Salgo sull’autobus, saturo di persone che, silenziosamente, si parlano. Scambiano opinioni con occhi e mani. Non so come possano capirsi, ma immagino che le differenze linguistiche abbiano, nei secoli, fatto sviluppare in loro la capacità di intendersi con una sola occhiata. I sedili sono già tutti occupati, quindi faccio come tutti gli altri. Mi attacco a una sbarra arrugginita appesa sopra la mia testa e mi guardo in giro. Fuori la Karamoja lascia spazio ad altre regioni, altri prati, altre case. Dentro gli sguardi si dirigono, all’unisono, verso me. Non me ne sono accorta subito, ma probabilmente è successo appena ho messo piede su quel veicolo azzurro cielo. Leggo nelle nuvolette appoggiate alle loro menti la domanda che nessuno ha il coraggio di pormi. Li lascio fantasticare, come io faccio con loro.
Ma ecco che un audace signore si fa avanti, si auto-elegge portavoce dei passeggeri concretizzando gli afoni pensieri densi di curiosità: “Come mai in autobus? Non hai più la macchina?”
Rispondo sorridendo, sapendo già dove mi condurrà questa conversazione: “L’ho lasciata a casa.”
Lui ribatte annuendo, è convinto di sapere già la risposta: “É rotta. Ecco perchè non la usi.”
Lo deludo: “No. La macchina è a posto. Ho deciso di non usarla per risparmiare sul gasolio.”
Il silenzio si trasforma in brusio, sembra di essere piombati in un alveare. I visi corrucciati, esprimono il loro dissenso. Il ragionamento è: lei è bianca, quindi ricca. Ha la macchina che funziona. Perchè diavolo non la usa e preferisce un autobus scomodo, sporco e dove non c’è posto nemmeno per un respiro? Il loro ragionamento non fa una piega. Ma io gliela faccio. Faccio una bella orecchia sul capitolo della tollerenza e della diversità. E loro, inconsapevolmente, accettandomi per come sono, mi aiutano a piegare l’angolo di quella pagina. Perchè anche se ai loro occhi posso sembrare strana o diversa, mi vogliono bene per quella che sono. La diversità è difficile da capire e da accettare, ma c’è, esiste. E questo popolo, ritenuto selvaggio e incivile, la accoglie con la spontaneità disarmante di un bambino, la rispetta come una ricchezza impagabile.

Agli occhi degli africani sono strana. Ma forse non solo per loro. Ma questa è un’altra storia.

Le massime karimojong

Secondo me meritano di essere riportate perchè la filosofia di questi personaggi è divertente.

 

Scena uno:

In macchina con Moses.

Guido. Il sole picchia sul braccio destro. La mano sinistra si appoggia sul braccio assolato, come per scaldarsi. È un movimento automatico che compio senza pensarci e per constatare che il mio braccio si sta abbronzando sempre di più.

Moses: – Cosa fai?

Io: – Stavo pensando che la mia pelle sta diventando scura quasi quanto la tua.- rispondo sorridendo.

Moses: – Certo, Francy, è perchè sei sempre con noi! La tua pelle sta diventando come la nostra…

 

Scena due:

In paese è giorno di mercato. Mi incammino verso il centro. Vedo un capannello di persone che, usando un eufemismo, discute animatamente. Mi avvicino cauta, non voglio essere coinvolta, ma sono curiosa di sapere cosa succede. Scorgo tra i molti visi quelli di due ragazzi che conosco.

Io: – Che succede?

Uno dei due: – Una signora è stata beccata mentre rubava dei tessuti.

L’altro: – È una ladra, è andata via con un paio di stoffe sotto il braccio, ma l’hanno vista e ora stanno discutendo.

Io, per provocare: – Ma siamo tutti un po’ ladri, alla fine…

Loro: – Sì, ma non lo si può far vedere. Siamo tutti ladri, ma non ci si deve far beccare!

Gita (parte seconda)

Ci sono cose che non si possono descrivere a parole… ma questa volta non ho potuto scattare fotografie che aiutassero a rendere l’idea di ciò che ho visto! Provo quindi a lasciare almeno una traccia di ciò che ho sentito mentre, a più di duemila metri di altitudine, in Karamoja, nuotavo in una vasca naturale godendomi le montagne di Kotido, immobili, davanti a me.

 

I muscoli bruciano per lo sforzo. Il calore che producono aumenta i battiti del mio cuore, che mi confondono.

La staticità della montagna che ci ospita contrasta con la dinamicità del nostro esile gruppetto che si fa strada tra piccoli taglienti boschetti e lisce, scivolose pareti di roccia.

Si apre davanti a noi una piccola valle attraversata da un torrente. Lo seguiamo. Il nostro non è un errare casuale, c’è chi sa cosa stiamo facendo. Io non lo so, ma mi fido. Seguo curiosa gli esperti.

Eccola. Intima, vergine, pura. Una vasca naturale che custodisce gelosa i preziosi colori della giada, dello zaffiro e dell’agata. Sulla roccia che la trattiene, ricami liquidi, danze sinuose. Sotto la superficie, un concerto di correnti calde e fredde che si alternano seguendo un copione che non capisco, ma che mi piace. La pelle si lascia accarezzare dai gelidi archi seguiti dai caldi tamburi. Rabbrividisco, ma mi immergo, come per purificarmi.

Riemergo con un sorriso di gratitudine per chi mi ha reso partecipe di questa avventura.

Grazie. Grazie davvero.

Attimi (parte seconda)

È domenica. Il mio essere in solitudine, ancora per poco, continua. Mi invento la magia dell’invito a pranzo. Betty e Alice, accompagnate da due bimbi identici alla mamma (Alice), arrivano profumate e ilari, abbigliate per le grandi occasioni. Ho preparato la pizza. Betty ne ha mangiata molta, con la soddisfazione dipinta sul sorriso. Boschetto e Francesca (i due bimbi) mangiano di gusto riso e baked beans, estratti da una scatoletta.
Boschetto cerca di stare seduto a tavola perchè la mamma glielo impone, ho apparecchiato anche per loro, ma è in imbarazzo e non tocca cibo. Francesca è già seduta per terra, ma forse Alice avrebbe voluto farmi vedere che il primogenito è una bimbo educato. Lo penso lo stesso, anche se non sta a tavola non noi. Glielo dico. Ok, dice lei, Boschetto, vieni qui. Piatto per terra. Lui si siede a gambe larghe, imitando la sorellina, e inizia a mangiare con le mani. Sono uno spettacolo. Francesca non si ricorda per me. Porta il mio nome perchè è nata poco dopo il mio arrivo a Iriiri. Non mi guarda in faccia, mi teme. Passa tutto il tempo del suo pranzo dandomi le spalle, dimenticandosi del cibo che ha nel piatto per contemplare qualcosa in alto, che io non scorgo, con la mano immersa nella miscela di riso e fagioli, addormentata nel sughetto.
Boschetto, finito il pic-nick dentro casa, esce nel cortile. Lui non ha paura di me, è sereno, allegro. Rientra in casa correndo, con due fiorellini in mano, come se volesse condividere con noi quel petalo di felicità.
Alice e Betty, oggi, vengono servite da me. Siamo sempre a pranzo insieme, loro lavorano a casa, le vedo tutti i giorni, ma oggi le parti sono invertite. Ho le mie ospiti a casa. Ho cucinato, ho lavato i piatti, ho pulito. Non loro per me, ma io per loro.

Attimi

Sono sola, oggi, a Iriiri.

Mi scopro a svolgere i soliti consueti gesti con un’attenzione nuova.

 

Esco in paese per bere qualcosa, incontrare sorrisi e lasciarmi alle spalle il triste schermo del computer.

Non so bene come, mi ritrovo tra le mani un cioccolatino che sa di latte e cocco. Mi sorride, mi fa la pipì sui pantaloni, si lascia coccolare. La sua mamma me lo affida con disinvoltura, come se fossi una persona di fiducia. Io gli soffio sul viso e lui, simultaneamente, chiude gli occhi e apre la bocca. Dietro la sua testolina rotonda scorgo le espressioni dei clienti del negozio in cui mi sono spudoratamente accomodata nel vedere me dietro il bancone con in braccio l’ultimo nato del capo.

 

A casa, con meticolosità, mi preparo la tisana. Infilo la giusta quantità di erbe nell’apposito contenitore, un fiorellino giallo che mi ha regalato la mia sorellina. Attendo che l’acqua bolla. Nel frattempo do da mangiare ai cani. Oggi sono più del solito, i cani, non so perchè e non mi interessa. C’è cibo per tutti.

Mi sembra di guardare il cielo attraverso un vasetto di vetro lavato male, ma non smetto di assaporare il caldo liquido con il naso all’insù. Anche questa versione opaca del firmamento mi affascina.

Le orecchie sono compresse tra le cuffie. La musica mi isola da tutto il resto. Il mio mondo pare ovattato, compresso anch’esso. Compresso tra finzione e realtà, storia e modernità, morte ed eternità.