Se

Se fossimo in Suriname e un giovane non uscisse vivo dalla sua prigione perché privato di acqua, cibo e tutela, etichetteremmo quel paese come incivile

Se fossimo in Togo e il suo Presidente strappasse diritti a chi da sempre lotta a testa alta, sanguinante e ferita, additeremmo quel Presidente come sopraffattore

Se la Birmania chiudesse le frontiere e impedisse a esuli, naufraghi, migranti di trovare aria nuova da respirare, verrebbe definita come ipocrita

Se giovani moldavi venissero derubati del loro futuro, e se il ladro lasciasse nelle loro tasche rotte un presente incerto, questo ladro, moldavo, sarebbe lapidato a colpi di insulti

Se fossimo in Oman e le sue forze dell’ordine abusassero del loro potere come dei loro manganelli senza motivo, sulle vite ribelli di chi non ha paura del dolore, quelle forze verrebbero ricoperte di vergogna altrui

Ma siamo in Italia e non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio perché il riflesso ci accecherebbe.

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Autobiografia di me stessa, in sette parole

L’oroscopo dell’Internazionale di questa settimana ha lanciato l’idea a noi del Toro di autodefinirci in sette parole, di esprimere la verità essenziale su noi stessi in modo sfrontato e giocoso.

Ci provo: altruista, idealista, mediatrice, orgogliosa, emotiva, osservatrice, lunatica.

Voi come mi vedete?

Voi come vi vedete?

Allo specchio

La mia immagine allo specchio riflette un viso, un corpo, un’immagine, quella che io do agli altri. Mi sono spesso sentita nuda davanti a questo specchio, pur avendo degli indumenti addosso, quando ho provato vergogna, quando ho parlato troppo, quando i miei occhi hanno fatto trapelare sensazioni che avrei preferito trattenere, quando anche le mie labbra mi hanno tradito, quando non ho riconosciuto la persona che mi guardava dritta negli occhi.

 

Una persona speciale mi ha detto che sono una ricercatrice di anime. Già, sto cercando la mia…

E la trovo negli altri. Gli altri sono il mio specchio. Mi rifletto in loro. Mi conosco tramite loro. Mi scopro attraverso i loro sguardi. Rinasco grazie ai loro sorrisi, alle loro parole, al loro amore.

È un arduo lavoro, infinito, che richiede molta forza. Ho comunque deciso di adempiere a questo dovere che prendo nei miei confronti. Ho bisogno di vedermi attraverso gli occhi degli altri. Ho bisogno di ascoltarmi nelle loro parole. Ho bisogno di emozionarmi con e per loro. Non sempre ciò che sento è stimolante o bello come vorrei. Al contrario, le critiche, i confronti, i puntini sulle “i” sono dolorosi. Perchè mi accorgo che lo specchio della mia anima non mi ritrae come vorrei, perchè le parole che ho pronunciato non sortiscono l’effetto sperato, perchè le mie idee, i miei punti di vista, i miei pilastri, quando si specchiano, si rimpiccioliscono, si ridimensionano, non sono più così ovvi e scontati come li avevo sempre visti. E allora devo ripartire da capo. Devo guardarmi dentro (e quello lo si può fare solo in solitudine, lontano da tutti), devo pensare, devo scavare là dove fa più male, devo trovare un’altra via, un altro modo, una nuova prospettiva, una nuova e rinnovata forza.

La sto trovando, questa forza. Sto creando una nuova immagine di me stessa. Sto rinascendo ogni giorno. Mi specchio sempre e con più audacia, più voglia di vedere, udire, sentire.

A volte mi chiedo quale sarà la mia nuova forma, quale la mia nuova voce, quale il mio nuovo modo di essere, ma non mi so dare una risposta. L’unica cosa che so, per ora, è che ho bisogno di un universo intero di anime per costruire la mia, che ho bisogno di migliaia di opinioni per avere la mia, di un milione e più di specchi per scegliere quale immagine mi si addice di più.

Un nuovo inizio

Quello appena trascorso è stato un anno impegnativo, ricco di emozioni e cadute.
Quello che è appena iniziato sarà un nuovo inizio. Ho capito molte cose di me stessa, a volte difficili da accettare. Ho dovuto ri-conoscermi, reinventarmi, ridimensionarmi, rivalutarmi, scontrarmi e appacificarmi con il mio ego. Il percorso non è ancora finito, non finirà mai. Non ci conosciamo mai a fondo. Non sappiamo ascoltarci né ascoltare. Ogni prova che ci viene offerta dalla vita è per far scoprire a noi stessi parti del nostro carattere o del nostro essere che non credevamo di avere.
Ho scoperto di non essere mai abbastanza, di non saper dare alle persone che voglio bene e che amo quello di cui hanno bisogno. Ho scoperto di non essere quella che credevo e doverlo ammettere mi è costato molta fatica. Ripartire con una nuova Francesca da guardare allo specchio, che mi scrutava curiosa ed estraniata non è stato semplice.
Convivere con un velo di tristezza che mi fascia il cuore è una sensazione che non ricordo di aver mai provato prima, ma anche questa fa parte del bagaglio che mi porto appresso, della mia esperienza personale e della conoscenza della sofferenza che ci fa crescere e maturare. O almeno è quello che spero.
Ora non ho più paura di quello che sono, di quello che mi aspetta, di capirmi e capire, perché ho deciso di non combattere contro me stessa. Mi accetto per quella che sono cercando di migliorarmi quotidianamente studiando, informandomi, aprendomi e ascoltando. Non ho paura di ciò che sento e anche se la mia felicità non è assoluta, ogni singolo giorno sorrido, mi innamoro, mi stupisco per le piccole cose che rendono speciale la mia vita qui.
Questo duemilatredici, quindi, è un anno importante per me, per costruire sulle macerie del precedente, per edificare un nuovo futuro solido e accogliente. Per volermi bene e amare.

Rivelazione

Ma che cosa sono diventata? Rientrando dalla mia vacanza in Tanzania, mi sono guardata allo specchio e non mi sono riconosciuta.
La’, ho avuto un incontro/scontro con italiani che, a differenza di quelli che vedo qui, vivono in Italia. Questo appuntamento e’ stato rivelatore. Credo che mi abbiano visto come un’extraterrestre. Non credevo di essere cambiata cosi’ tanto ma il confronto mi ha fatto aprire gli occhi. Non so dire bene e di preciso come, perche’ o quanto, ma e’ successo. Non sono di certo migliorata, anche se ricordo che prima di partire pensavo o speravo che sarebbe successo, ma sono piu’ matura, piu’ sicura di me, piu’ aperta e piu’ volpe (vero sorella?!). Ma c’e’ qualcosa che non mi piace, che non mi appartiene.
E’ vero, tre anni in Burundi non si possono cancellare, non si puo’ far finta di niente. I cambiamenti ci sono stati in positivo e in negativo e come si accettano i primi, occorre accogliere anche i secondi, ma vorrei limitarli.
Vorrei saper ancora sorridere sempre, anche quando ti fanno arrabbiare per niente, anche quando le cose non vanno, anche quando ti prendono in giro. Una volta era facile farlo. Ma ora vedo che a volte faccio fatica. Non riesco ad accettare il ruolo che noi bianchi abbiamo in questa fetta d’Africa (o forse in tutta, ma questo io non lo so), non riesco ad accettare il buonismo che alcuni italiani si sono portati dentro le valige. Non riesco a non trattarli come miei pari. Ma questo loro, o alcuni di loro, non lo vogliono. Vogliono ispirarti pieta’, tristezza, compassione, affinche’ tu possa allungare qualcosa. Io non voglio, io non allungo. E passo per extraterrestre. Va bene, non m’importa molto dell’opinione di persone che non mi conoscono molto, o che giudicano conoscendo solo una parte dei fatti, ma vorrei che non fosse cosi’. Questo “razzismo al contrario”, come lo chiamo io, come ogni altra forma di razzismo, non mi appartiene, non entrera’ mai dentro di me. Un africano, un nero, un uomo di colore, comunque lo vogliamo chiamare, non e’ buono solo perche’ e’ povero o solo perche’ e’ africano… non dobbiamo mai porci al di sopra di loro dicendo: “poverino, tieni 100 dollari per comprarti la mucca, tanto a me non fanno nessuna differenza” oppure: “tieni le caramelle per i tuoi bimbi, cosi’ sono contenti”… e poi ci chiediamo perche’ ci prendono come galline da spennare… e perche’ il bianco, secondo loro, e’ un fesso. Lo penso anch’io di alcuni bianchi, ora, alla luce di alcuni fatti. Ma io sono diversa, e se questo essere diversa significa essere un’extraterrestre mi sta bene, lo accetto. Ma prima di pensare di poter salvare il mondo lasciando mance, soldi, caramelle o penne, pensiamo un attimo alle conseguenze. Volerli aiutare non significa sentirci bene, metterci la coscienza a posto dando 250 euro all’anno per un’adozione a distanza. Non li stiamo aiutando, li stiamo rendendo dipendenti dai nostri soldi, aumentiamo il mito dell’uomo bianco onnipotente che puo’ salvarli dalla miseria, ma non e’ cosi’ che ne usciranno. I soldi, in qualunque parte del mondo, non risolvono i problemi, o perlomeno non tutti. E la supponenza ancora di meno.
Allora, se vogliamo fare qualcosa per gli altri, senza renderli dipendenti da noi, la prossima volta che facciamo le valige, portiamoci un po’ di buon senso, un po’ di altruismo (puro, vero) e di senso critico. Le caramelle non devono starci.