The third bite of the Big Apple

Versi arrabbiati di un poeta che ha recitato in fronte a me,
libri usati da persone mai incontrate che sceglievano me come nuova lettrice,
danze africane in una serata che profumava di donne,
un museo che arrotondava lo spazio e infilava aria di cultura nel mio respiro,
un appartamento di cannella che richiama l’origine lontana delle ospiti,
il rinnovato sapore di un abbraccio di due sorelle.

Questa è stata la mia New York.

La verità é

La verità é che non so come sto. Non hanno ancora inventato le parole adatte per descrivere ciò che sento, o, più semplicemente, non le conosco.
Non é una questione di giorni, non é che un giorno sono allegra e un altro sono triste. É questione di attimi. Sono una barchetta fatta con il guscio di una noce e un foglio di carta che naviga verso le cascate, sono in bilico sui precipizi formati dalle crepe del cuore, sono uno schermo colpito da un raggio di coscienza che riempie gli occhi di polvere, sono una ballerina di pezza nelle mani di un mangiafuoco imprevedibile.
La verità é che mi sorprendono le lacrime così come i sorrisi che nascono spontaneamente sul mio viso, senza preavviso. Non riesco a prevedermi, non riesco a sentirmi. L’emozione affiora subito in superficie, non sono in grado di trattenerla in nessun modo. Si può stringere dell’acqua tra le mani? Si può fermare il vento? Che sapore ha il fuoco? Che gusto ha una pietra? Che giorno é oggi?
La verità é che il pensiero di mia sorella mi fa sorridere e quel sorriso mi ricorda la voglia che ho di infilarmi sotto le coperte con lei. La verità é che il tondo viso di Moses che mi guarda interrogandomi silenziosamente mi fa venire da piangere, perché quelle lacrime sanno di un lungo arrivederci.
La verità é che non so come sto, ma vivo. Vivo questo momento denso. Vivo pensando al miracolo di essere sopravvissuta a sette anni di Africa, vivo sognando la mia futura vita in Italia. Sorrido piangendo, senza combattere o sopprimere nessuna emozione, perché le ucciderei, mentre voglio che trovino eco nelle mie vene, anche se mi confondono e mi stordiscono, anche se mi lasciano senza forze e senza sonno. Vivo l’attimo, allegro o triste che sia. Altro non so fare. O forse, più semplicemente, lascio che l’effimera quotidianità africana mi ricordi l’importanza del vivere nel presente, come se non ci fosse futuro e il passato fosse, semplicemente, un ricordo da tenere stretto al cuore.

Naso all’insù (per te che compi gli anni)

Quando le stelle non hanno
il fascio di luce lunare
ad accecarle e intimidirle
esse, voluttuose, ancheggiano e brillano

quando i nostri nasi disegnati e lontani,
freddi per lo sferzare del vento
rossi per il calore del sangue
si rivolgono all’infinito manto

quelle stelle e quel manto immensi
ci uniscono facendosi ammirare
dai nostri cuori, improvvisamente vicini

quelle stelle e quel manto immensi
ci abbracciano mentre piangiamo
mentre ridiamo delle nostre lacrime
mentre beviamo sui nostri sorrisi.

Tu sei qui

Entebbe, 27 luglio 2014

Il cuore comincia a battere più intensamente. È come se le emozioni gonfiassero il sangue che ha quindi bisogno di più posto per scorrere. E allora il cuore batte più forte, per spingerlo su, il sangue, dritto agli occhi stanchi, desiderosi di trovare i tuoi, di catturarli e non mollarli più. Poi il cuore spinge ancora più su, il sangue, che va alla bocca, che stanotte non dovrà parlare ma colorarsi di rosso vivo, vivo come te, sorella. Deve confondersi con la tua vita, il mio rosso. Poi il cuore spinge ancora più su, il sangue, che va alla materia, grigia, attiva nonostante l’ora tarda, ballerina, in cui è costretta a lavorare. E infine scende verso le mani, che ti condurranno alla nostra dimora.
Il sonno ci rapirà. Rapirà quelle due sorelle cresciute insieme, che si sono prese per mano appena viste e non si sono ancora separate, nonostante tutto. Rapirà la nostra complicità, i nostri occhi identici e le nostre bocche diverse. Rapirà i nostri sogni, così vicini da confondersi. Rapirà i nostri animi, abbracciati come non mai.

Le ginocchia tremano, non riesco a controllarle. Non è per il freddo, siamo in Uganda, anche se il cappuccio della felpa mi protegge i pensieri. Non è per il freddo che la mia ombra si muove schizofrenica. È che tu ci sei, anche se non ti posso vedere. È che tu sei qui.

Ho sentito i tuoi respiri, ho annusato i tuoi respiri, ho sorriso dei tuoi sorrisi. Tu sei qui.

Ritratti -SORELLA-

Come sorridi con tua sorella, non sorridi con nessun altro”.

 

Sei come un’onda sfiorata dal vento che decide la direzione da prendere, che gioca con te. Il tuo viso girasole attende, rivolto verso il basso, un raggio di sole che gli dia vita, che gli dia un motivo per elevarsi. Il tuo corpo si muove sotto la forza delle note, un corpo spezzato in due: i piedi nel fango e la testa nelle nuvole. Le mani, le dita, il ventaglio, la gonna, il rosso. Balla, non pensare.

 

Mi porti al Teatro degli Arcimboldi con l’inganno.

“Ma non andiamo da Alby?” ti chiedo appena vedo che prendiamo una direzione diversa da quella che mi aspettavo.

“Sì, ma faccio l’autostrada” mi rispondi, quasi un po’ seccata.

A me sembra un po’ strano entrare in autostrada per percorrere i pochi chilometri che dividono Palazzolo da Coccaglio, ma non obietto. Poi prendiamo la direzione per Milano. Non stiamo andando da Alby. No.

“Ma dove stiamo andando?” Ti chiedo, finalmente.

Sorridi. Il tuo è un sorriso che dice: te l’ho fatta, sono riuscita a farti una sorpresa. Hai l’aria soddisfatta. E io curiosa. Ma resisto. Non voglio rovinarmi la sorpresa. Consumiamo in macchina una cena frugale, buonissima, intima. Ora capisco il perchè della borsa con le merendine e il té.

Poi entriamo nel teatro, che è illuminato a festa e si sta vestendo con i colori degli abiti degli ospiti che, piano piano, lo riempiono. Ora capisco perchè mi avevi detto di vestirmi un po’ elegante.

Mi dici: “Questo è il nostro spettacolo, sembra fatto apposta per noi”.

Vivo su un altro pianeta per un’ora e mezza, con te come accompagnatrice. Il resto non esiste più. Ci siamo solo noi e gli artisti che volteggiano, danzano e sfilano. È davvero il nostro spettacolo. Èil “Circle Eloize”. C’est très jolie, mon amour.

 

Una pacca fraterna, sorella, in ricordo della presentazione del libro di Sante Notarnicola al Caffé Letterario di Brescia. E poi a cena, al Bistrò Popolare, con un pezzo di storia seduto al tavolo accanto al nostro. Solo tu potevi. Solo tu puoi.

 

La tua casetta in stile londinese, con la chiocciola che ti costringe a tirare il fiato mentre la scali, con il tetto di legno e le locandine dei film, ci ascolta e accoglie.

Quelle mura strette che si affacciano sul lago custodiscono le nostre chiacchiere, le nostre confessioni, le risa e le lacrime. Si aprono ai cugini e agli amici.

 

Sei nei miei sogni, sorellina, nei miei pensieri, nei miei respiri.

 

Grazie di tutto.