Hutu contro Tutsi: le radici del conflitto in Ruanda – rivista italiana di geopolitica – Limes

Hutu contro Tutsi: le radici del conflitto in Ruanda – rivista italiana di geopolitica – Limes.

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Mi sono fusa con il cielo e con il fango (parte seconda: la discesa)

La mia appare una danza. Una danza mai ballata. Sconosciuta. Difficile. Si danza sul fango. Il rumore delle gocce di pioggia che battono sul cappuccio del k-way e la canzone di Lorenzo che mi gira in testa accompagnano il mio ballo. Ho anche un cavaliere: Bosco. Mi prende per mano e mi insegna i passi. Il suo abbraccio è gentile e sicuro. Lo seguo affascinata e con lui vicino il mio equilibrio non vacilla più. Lo ringrazio in continuazione e lui risponde con un sorriso. Quando una striscia di terra ti si para davanti e non hai appigli, il fango è la soluzione migliore. Entri di peso con il piede che affonda nella buca piena di acqua ma almeno ti senti stabile. Si fanno piccoli passettini. Ogni tanto si ode il tonfo di qualche compagno di viaggio. Tutto si ferma finché il caduto non assicura, con un sorriso forzato che tende a nascondere il dolore, che va tutto bene. Siamo caduti tutti, su quel ring. Sono accompagnata, ancora, dal grigio della pioggia e delle nuvole, così basse da avere la sensazione di poterle toccare, e dal marrone del fango che, strada facendo si insinua dentro di me. La discesa è ardua. Ancora una volta mi rendo conto che da sola non ce l’avrei mai fatta. Le ginocchia, tartassate dalle numerose cadute sulle rocce, mi cedono. Le gambe sussultano a ogni passo e tremano per l’enorme sforzo. La discesa ci prende tre ore di cammino. Tre ore interminabili, durante le quali non riesci a pensare a niente che non sia: “E ora da che parte passo? Dove metto il piede?” La discesa è un rientro alla base. E se questo da una parte simbolizza un ritorno a casa, dall’altra è un tornare indietro che non mi piace. Scalare, andare verso l’altro, mi stimola di più. Ritornare sui propri passi, ricalcare le proprie orme, non mi attira più. Voglio andare avanti e avere sempre una nuova partenza dalla quale iniziare, un nuovo cammino, una nuova scalata. Perché preferisco andare verso l’alto che verso il basso, perché preferisco scegliere che essere scelta (per queste parole, grazie a Fabrizio). Il giorno dopo l’avventura, ripenso a ciò che ho vissuto. E’ stato bellissimo. Devo ringraziare Marzia e Michela che mi hanno accolto e sopportato. Alberto che ci ha ospitato. Bosco che mi ha sorretto. E devo ringraziare qualcuno, non so chi, che nonostante le cadute, i lividi e il male che provo, ha fatto sì che questa fosse un’esperienza indimenticabile e speciale.

Mi sono fusa con il cielo e con il fango (parte prima: la scalata)

Prendo in prestito queste parole di Lorenzo perché si adattano alla perfezione. Partenza all’alba, con le nuvole basse e un cielo grigio che non ci ha mai mostrato un altro volto. Cominciamo la marcia. Sarò banale, ma la scalata al vulcano simboleggia questa fase della mia vita. Si va avanti piano piano, passo dopo passo, con il fango alle caviglie e la pioggia che appesantisce sempre di più i nostri zaini, i nostri indumenti e la nostra speranza. Attorno a noi un grigio denso che non ci permette di vedere nulla. Nessun panorama. Niente. E allora immagino. Immagino una distesa infinita che si apre sotto i nostri piedi. Immagino campi coltivati. Animali che ci spiano… Per salire ci si appiglia a quello che capita, un aiuto qualunque, che magari non avresti accettato in un altro momento, ma che nella difficoltà viene in tuo soccorso, inconsapevolmente. A volte si afferrano spine, altre ortiche, altre credi di aver afferrato un qualcosa di solido e invece no… è solo una radice morta e secca che si stacca sul più bello… si torna indietro, scivolando come sul ghiaccio. Ma non mi do per vinta. Anche la vita è così. Trovo il coraggio di andare avanti. Ogni tanto mi guardo intorno e respiro, annuso, ascolto il mio cuore, la mia mente, il mio corpo, i miei polmoni. E’ una sensazione di libertà indescrivibile. Il profumo di muschio e di erba bagnata penetrano dentro di me. Le nuvole che ci accompagnano creano un velo tra noi e il resto del mondo. Finalmente trovo il niente che mi rende serena. La salita è lunga, dobbiamo arrivare a 3700 m di altitudine. Sono fradicia, dentro e fuori. In alcuni punti annaspo. Durante le quattro ore di salita il mio umore cambia notevolmente. L’emozione iniziale si trasforma in disillusione. Ma ecco che quando credi non arriverai mai, si comincia a intravedere la fine. La vegetazione cambia. Alberi anziani e stanchi cedono il posto ad arbusti giovani e vitali. Siamo in cima al cratere. Il lago è lì ad attenderci. Ed è qui che mi fondo anche con il cielo, un cielo riflesso in quello specchio (grigio), calmo e piatto che sembra non abbia niente da fare se non farsi ammirare nella sua freddezza. Mi tolgo calze e scarpe infangate e cammino a piedi nudi sul terreno finalmente morbido e accogliente. Mi sdraio sul prato bagnato immaginando di prendere un sole inesistente e facendo finta di scaldarmi sotto i suoi raggi impegnati da qualche altra parte nel mondo. Sono arrivata. E come nella vita, dopo tanta fatica, cosa rimane? Rimane la soddisfazione di esserci riuscita. Non da sola, perché in alcuni momenti bisogna avere l’umiltà di sapersi far aiutare, di rivedere le proprie convinzioni, di cambiare idea. Accettare i propri limiti, scegliere il percorso migliore. Farsi prendere per mano e lasciarsi andare. E’ quello che ho fatto per raggiungere la vetta. Ed è quello che farò per raggiungere la mia nuova partenza, la mia nuova vita. Dopo una breve pausa e un veloce cambio di abiti, ci rimettiamo gli zaini in spalla e via. Sono pronta per ripartire.

Ritorno alle origini

Questa è una storia vera che parla di un viaggio, di un incontro, di emozioni forti, di amore, di nostalgia. È una storia che parla di un ragazzo, Alex, e di una ragazza, Francesca. Insieme cercano un qualcuno e un qualcosa che li aiutino a ristabilire un legame ormai sciolto col loro passato.
Sono in Rwanda, a trenta chilometri da Butare. Lei cerca la casa che l’ha vista crescere, le colline che le hanno sorriso, le signore che, prima di nonne e zie, l’hanno cullata. Lui cerca sua nonna. Una nonna immaginata per ventisei anni, una persona cui dare un volto, il tassello mancante del puzzle di una vita.
La striscia di terra che conduce al villaggio che li attende è ben mantenuta. Attorno a essa mercati, case, chiese, colline. Il paesaggio è verde. Fuori pace e tranquillità, dentro una tempesta. Più si avvicinano a destinazione più i loro visi si tendono. Il silenzio, nei loro cuori così come nei loro sguardi e sorrisi, regna sovrano. Si guardano, si sorridono, si stringono ma non pronunciano parola alcuna. Le palpitazioni aumentano. Cominciano a muovere i primi passi verso un momento tanto atteso quanto temuto. I loro occhi vedranno l’origine della loro vita.
L’entusiasmo che li aveva accompagnati fino a quel momento si trasforma in paura. Paura di sapere, paura di scoprire, paura di soffrire. Questo passato è remoto, oscuro, dubbioso. Non ci sono ricordi. Solo racconti. Racconti di genitori, di amici e parenti che, per vicissitudini varie, non sono più tornati in quella terra. Racconti datati, che risalgono a una trentina di anni prima. Racconti impregnati di amore e tristezza. Amore per le persone incontrate, per le esperienze vissute, per quel villaggio abbarbicato sulle colline rwandesi. Tristezza per averlo dovuto abbandonare a se stesso durante gli anni della guerra. Tristezza per non aver potuto fare di più. Tristezza per ciò che i loro amici rwandesi hanno dovuto patire.
La chiesa, che sovrasta dalla cima più alta tutto il villaggio, è l’ultima frontiera da passare. Dietro di essa la meta. Camminano. Un passo dietro l’altro. Sguardo basso. I numerosi bambini attorno a loro non vengono notati.
Ed eccolo, il motivo di tutto un viaggio. Ecco la casa della nonna di Alex e, accanto a essa, la vecchia dimora della famiglia di Francesca. Le case sono semplici, non hanno nulla di particolare, ma vedendole i due ragazzi si rianimano.
Lui entra cerimoniosamente dalla porta principale, accompagnato da quelli che, nel preciso istante in cui li conosce, diventano cugini e zii. Trova la sua nonna che lo attende con uno sguardo che si rasserena nel vederlo. Non parla, ma gli occhi lo invitano a sedersi. Lui, che sembra capire quel linguaggio fatto di sguardi e non di parole, accoglie la richiesta silenziosa. Le loro mani si toccano timide. Poi s’intrecciano e si scaldano a vicenda. Il loro calore invade la stanza, contagia i pochi presenti e penetra nel cuore di entrambi.
Lei si ferma fuori. Scruta quella costruzione che fino a pochi minuti prima non esisteva nemmeno nei suoi sogni e si sente a casa. Osserva attentamente le colline tutt’intorno. Annusa i sapori dell’eucalipto. Ascolta le voci delle persone e degli animali. Si domanda come faccia a non ricordare niente di quel posto. Passeggia, riflette, cerca di scovare nei ricordi più remoti qualcosa che la faccia sentire al suo posto. Non trova nulla. Ma quella casa, quelle persone, quelle colline le stanno dicendo che si ricordano di lei, della piccola bianca che per addormentarsi doveva fare un giro fino alla chiesa sulla camionetta del suo papà. SI ricordano della mamma bionda che aveva paura che le pulci penetranti rovinassero le manine e i piedini della sua bimba.
La paura e il timore, come per incanto, svaniscono. Nel cuore dei due si fa ora spazio la speranza. Speranza di poter tornare ancora, più spesso. Di riportare genitori e parenti. Di rinforzare questo legame, che ormai si è ricreato e non si può più ignorare. Speranza che non si ripetano mai più gli eventi che hanno determinato l’allontanamento tra le due famiglie, tra le due culture, tra i due mondi.
La vita dei due ragazzi, in qualche modo, è cambiata.
Il viaggio si conclude con i soliti e doverosi addii. Ma c’é qualcosa di più, in quelle banali parole. C’é la promessa implicita di non lasciar che questo ritorno alle origini sia ricordato dai due come una semplice avventura ma come un nuovo inizio. Un inizio cominciato là dove doveva cominciare.