Lui, il quindicesimo

Anche lui possiede lo sguardo folle di chi ha perso tutto e ha ritrovato il coraggio di vivere solo nelle vie considerate sbagliate dai più. Vie che, conducendo alla morte, inesorabilmente, danno un senso alla vita. Vie che dirigono un’esistenza confusa, soffiata dalle tempeste, verso il cielo calmo e sicuro dell’eternità.

Si è fermato appena prima, il quindicesimo. Appena prima di iniziare il volo.

Ora, nella sofferenza degli altri, si riconosce e comincia ad accettare anche la sua. Ora, nella tempesta degli altri, riesce a vivere anche la sua senza scappare.

Finding Elia

Porta un anello troppo stretto per le sue mani carnose. È ostentato quasi con prepotenza, su quel povero mignolo che sta perdendo la capacità di far circolare il sangue correttamente. Sembra l’emblema di un ammonimento, quella fede usurata. Sembra un ammonimento contro la pazzia che, spesso, sovrasta il sentimento. Quell’emblema stonato rispetto all’abbigliamento, forse, riesce a ricordarle la sua ragione di vita. Quella fede è l’unica cosa che le rimane di Elia, perchè spesso, troppo spesso, i fumi dell’oblio le confondono le idee.
Dov’è Elia? Si chiede in una nenia straziante.
Dov’è Elia? Si distrugge con un silenzio eterno e senza risposta.
Dov’è Elia? Si domanda cercandolo con lo sguardo, annusandolo nell’aria insipida.
Nessuno sa risponderle.
Nessuno sa chi sia Elia.
Nessuno sa nemmeno chi sia questa ombra errante e dannata.
Porta negli occhi la paura di chi ha visto troppo, nel corpo la debole speranza di un ricordo affievolito dalle stagioni, nel cuore le tenebre di chi non comprende il perchè della sua esistenza.
Vaga per Iriiri cercando una risposta o, forse, una semplice stretta di mano che la conforti e che, per un istante lungo quanto il contatto tra i due intimi palmi, non la faccia sentire così sola e persa.

Corpo di plastica, anima di sangue

Non li vedo spesso. Forse sono sempre lì, nello stesso posto, ma i miei occhi, come quelli della maggior parte delle persone, non me li mostrano e si girano dall’altra parte velocemente, come si fa con una pagina di una rivista che parla di cose noiose e fastidiose. Un riflesso incondizionato ci fa spostare l’attentione su qualcosa più facilmente digeribile.
Perchè le persone che formano il popolo della plastica sono realtà complesse, nude.
Li vedo camminare come ubriachi per strada. L’alcol che hanno in circolo è la solitudine. La follia sprigionata dai loro occhi è il senso di abbandono. Il loro non-essere è frutto del rifiuto di una società che di problemi ne ha già tanti e quinidi non si può accorgere di loro.
Quando il mio sguardo riesce a scorgerli e il mio cuore a vederli, un sussulto mi scuote con prepotenza. Non so da dove vengono né quale sia la loro storia, ma hanno quella sofferenza tangibile che li accomuna. Ai margini della strada camminano col viso rivolto alla terra. Raccolgono, come fossero preziosi tesori, sacchetti di plastica gettati dagli altri, piccole schegge, di plastica, di oggetti ormai inutilizzabili. Raccolgono tutto ciò che il mondo vuole lasciarsi alle spalle. Nel mio immaginario, nel loro mondo di fantasia essi trasformano i loro cenci, di plastica, legati in malo modo al corpo, in calde coperte che li proteggano dal freddo notturno.
Nel mio immaginario, nel loro mondo di fantasia, i brandelli di sportine vengono cuciti insieme per tessere mantelli impermeabili che li proteggano dalla pioggia diurna.
Nel mio immaginario, nel loro mondo di fantasia, i rifiuti delle persone “normali” prendono nuova vita.

Il popolo di plastica sa valutare quant importanza ci può essere in una cosa che gli altri rifiutano. E questo non vale solo nel loro mondo immaginario.

Noi sospesi

Ricordate i “Ritratti” che hanno fotografato alcuni personaggi che riempiono la mia vita? I primi riguardavano la parte di me che è rimasta in Italia, i secondi ritraevano uno scorcio del mio mondo africano…

In mezzo a questi due universi, sospesi come palloncini, ci siamo noi. Apparteniamo a un mondo ma viviamo in un altro. Difficile districarsi, ma ci proviamo. Ogni singolo giorno. Siamo i volontari dello SVI (Servizio Volontario Internazionale). Non siamo gli unici a fare questa vita, ma io voglio limitarmi a scattare questa fotografia solo ad alcuni di noi.

Lorot è un fiume in piena. A volte è talmente gonfio che occorre arginarlo. Altre volte, non c’è che da lasciarlo esplodere nella sua forza e possenza, buttarcisi dentro e lasciarsi trasportare. Le sue onde viaggiano a velocità differenti, a seconda della musica che le guidano. Si passa dalla tecno ritmata e dolorosa alle dolci note che riescono a dargli la serenità per assaporare ciò che si trova sulle sue rive. Anche il suo colore cambia, spesso. La limpidità degli occhi viene ombrata dal turbinio che agita il fondo dell’anima. L’azzurro della superficie, durante i giorni assolati e caldi, riflette ricami dorati e sorridenti.

Lokut è una freccia. Spesso la si vede vibrare nell’aria senza direzione alcuna. Ma è un’illusione. È una freccia che sa dove colpire, sempre. Dritto al cuore. È una freccia che castiga la mano che l’ha scagliata, punendola dolorosamente. È una freccia che sa dare pace, una volta rimossa, ma che tormenta lo spirito quando si conficca con decisione. Non lascia tregua né scampo. La sua punta, affilata come parole taglienti, precede l’esile corpo, che la segue svogliatamente. Il riflesso di un raggio di sole amplifica l’intensità del suo sguardo, sensibile e timoroso. Quando ti sfiora, un brivido percorre la schiena. Il sibilo, portato dal vento, porta con sé tutta la forza impressa dalla corda. Il bersaglio viene colpito prima che te ne possa accorgere.

Mutama è una mano. Chiusa come un pungo, impenetrabile. Un guscio per proteggere le emozioni. Una fortezza dentro la quale nascondersi prudentemente.
Ho avuto la fortuna di vederlo schiudersi, quel pugno, come un fiore che sboccia. Si è aperto cautamente rilasciando gocce di rugiada dense di ricordi, di errori, di perchè senza risposte. Ho cercato di raccogliere quelle gocce, quando ne ho avuta la possibilità. La mano, in quel momento, si è aperta ancora di più. Mi ha fatto vedere le sue linee, le sue vene, così gelosamente nascoste tra le rabbiose unghie. Ho scorto qualcosa di puro e unico, ma la paura non mi ha lasciato tempo di assistere ulteriormente a quel miracolo. Il pugno ha avuto la meglio. Si è richiuso lasciando anche me, sola, con le gocce di rugiada che appartengono a qualcun altro.

Rukundo è una stella. Una stella che non si ricorda più come splendere. La sua luce è offuscata dal dolore. Un dolore profondo, che attenua il sorriso e non le permette più di orientare i sogni. Né i suoi né quelli delle persone che, smarrite, ad essa si rivolgono. Io l’ho vista quella stella luminosa. È semplicemente nascosta dietro nere nuvole. Il temporale passerà. E lei tornerà a essere quel meraviglioso punto luce nel manto vellutato. Tornerà ad essere la stella che, vestita da lucciola, mi si avvicina quando cerco conforto e mi ricorda che non sono sola. Mai. Perchè lei è lì che mi guarda.

E poi ci sono io. Difficile descrivermi. Vorrei che gli altri lo facessero per me. Lascio a voi il compito di colorare queste righe, così come avete colorato me quando vi ho incontrato sulla mia strada…

Australia. Le vite vere

E poi ci sono le vite non inventate degli altri, dei personaggi che ho incontrato durante la mia breve ma intensa permanenza a Melbourne e dintorni. Vite che si sono svelate a me con naturalezza, che mi sono state raccontate dai protagonisti, che mi hanno aperto uno spiraglio sul loro mondo.

 

C’è la vita di Nick, col quale ho trascorso una piacevole serata sorseggiando vino rosso, parlando di Africa e di Anna.

Ha un viso dolce, Nick. Non si direbbe che è medico. Io almeno non l’avrei detto. Arriva in bici, con il caschetto che gli schiaccia i timidi riccioli che gli contornano due occhi profondi come il suo sorriso.

 

C’è la vita della coppia incontrata sulla spiaggia. Sono seduta a gambe incociate sulla sabbia. Leggo Fante, che mi sta facendo compagnia in questi giorni.

Do you want to share with us?”

Mi volto, seguendo il suo dell’invito. Due ragazzi, più o meno della mia età, mi offrono il loro tappeto. È sufficientemente grande per dieci persone, credo, e loro cercano compagnia, credo. Forse sono l’unica abbastanza vicina per udire il loro invito, dato il forte vento. Comunque, educatamente, rifiuto. Non voglio disturbarli, sono una coppia.

Would you like some tea?”

Al tè non riesco a rinunciare. E poi, penso, se mi hanno invitato due volte vuol dire che hanno davvero voglia di conoscermi. E allora approfitto.

Mi siedo tra loro. Bevo il tè caldo con un piacere nuovo. Un piacere che sa di condivisione, di scambio, di provenienze diverse, di culture che si incrociano.

Lui è curdo. Sa parlare l’arabo, ma non sa scriverlo.

Lei è iraniana. Sa scrivere l’arabo ma non sa il dialetto che parla lui. Comunicano in inglese, come fanno con me.

Li scruto come ho imparato a fare in questi ultimi mesi in cui ho scoperto di essere una persona curiosa, anche se discreta. Lei è la versione caffelatte di Amy Winehouse, che era solo latte.

Con lui metto alla prova le mie conoscenze in materia di diritti umani, voglio fargli sapere che conosco e condivido la sua lotta, la sua causa. Mi dice: “Brava, conosci bene la questione. Sei ben informata.” Bene, penso io, ne sono felice.

 

C’è la vita di Mark. Un anarchico vegano in calzamaglia che si appassiona a me in dieci secondi. Trascorro con lui un primo maggio speciale, tra libri di seconda mano, che sanno di antico, e canti come “Bella ciao” intonati da una cantante australiana che mi fa venire la pelle d’oca per l’emozione.

La prima volta che l’ho incontrato, mi rivolgo a lui quasi per caso, chiedogli un’informazione. Dieci minuti dopo stiamo parlando di anarchia, di istituzioni quali Chiesa, matrimonio e governo. Qualche ora dopo lui mi chiede di uscire a cena con lui, aggiungendo, con un certo rammarico, perchè non ti ho incontrata prima?

 

C’è la vita di Omie, un messicano che vive in America, innamorato dell’Italia. Mi parla in italiano. E mi tempesta di domande rispetto al ruolo della Chiesa, a Berlusconi e al cibo. La maggior parte delle mie risposte è di questo tipo: “Non so, è tanto che non vivo in Italia, non so cosa la gente pensa del nuovo Papa…” Mi sento inadatta. Ma Omie è talmente felice di avermi incontrato, che non dà peso alle mie non-risposte. Lui chiede. Vuole farmi vedere che è al corrente della situazione attuale. Un po’ come io col curdo…

 

C’è la vita di Nele, una bella ragazza belga, mia compagna di stanza nell’ostello. Laureata, con tanto di master in non so che cosa, si diverte a fare la cameriera in un ristorantino carino, appena fuori il centro città. Vado a trovarla, gliel’ho promesso. Voglio vedere dove lavora, voglio salutarla. Appena mi vede, mi corre incontro e mi abbraccia.

Aspetta qui, torno subito. Mi dice.

Mi siedo al tavolino che mi indica e attendo, come mi ha delicatamente ordinato Nele.

Lei torna con un sorriso che sa di regalo per la mia presenza. È la prima volta, mi confida lei, che posso dire che sono in pausa pranzo con un’amica. Grazie.

Grazie a te, le risponde il mio sguardo. Una serata di confidenze. Una manciata di esperienze comuni. Un passato simile per entrambe. E, magicamente, siamo amiche. È bello. È speciale.

 

C’è la vita di Arthur, il ragazzo che ci ha portato fino alle vette dei Grampians, all’interno di un parco nazionale. È la prima volta che faccio questo tour, ci dice presentandosi. E si nota…

Sbagliamo strada un paio di volte e poi, appena arrivati a destinazione, si precipita più veloce di tutti per scattare le sue fotografie, le più belle, come se perdendo il primato qualcosa potesse mutare e il suo panorama perdesse l’eterno splendore. Si gira verso di noi, sorridente, come per dirci venite, è bellissimo, qui. Sembra un bimbo al lunapark.

 

Ci sono le vite appena sfiorate dei passanti incrociati nei parchi che, vedendomi sorridere, mi sorridevano a loro volta. E le vite dei ragazzi dell’ostello, che dopo qualche giorno di silenzio mi si avvicinavano timidi dicendo: si dice che vivi in Africa…

Australia. Le vite (inventate) degli altri – La ragazza, il backpacker, il mio vicino –

Una ragazza giovane indossa una maglietta evidentemente italiana, che riporta una sorta di grido: (sono stata a) SIENA. É di ritorno da una bella vacanza in giro per il Bel Paese. Ostenta una borsa che le sarà costata quanto l’intera vacanza, ma chissà cosa le diranno le amiche australiane appena la vedranno! Sarà la più invidiata di tutte. Per una settimana. Poi tutto tornerà come prima. Ma le rimarrà quella bella borsa, che vedrà impolverata quando aprirà l’armadio per cercare, svogliata, qualcosa di adatto per la serata -qualcosa che non troverà mai- e si ricorderà di quella vacanza, di quel paese lontano, troppo lontano…

E poi, eccolo, lo sguardo che cattura il mio. Il suo naso traccia una linea retta col mio. É un ragazzo che, come me, sta provando a immaginare, in un miscuglio indecifrabile di preoccupazione e curiosità, cosa farà una volta atterrato, nel cuore della notte, a Melbourne. Si guarda attorno per cercare qualcun altro matto come lui che parte senza prenotare perchè c’è più gusto. Sono qui, gli dicono i miei occhi. Sono pazza quanto te e ti capisco. Ma il mio è uno sguardo afono, distante. Lui non coglie. Rimaniamo quindi due sconosciuti intenti a cercare qualcosa. Io le mie vite da inventare e lui una vita da condividere, anche solo per qualche ora.

Un signore distinto e gentile, vestito come la maggior parte dei musulmani, mi sorride. Abbiamo già trascorso insieme molte ore, da Dubai a Kuala Lumpur, e ora ci ritroviamo vicini per terminare questo viaggio attraverso il tempo. Cappellino color panna. Io direi bianco sporco ma so che non sta bene dire bianco sporco, quindi diciamo panna. Barba brizzolata. Lunga. Una veste grigia, che arriva fino ai piedi, lo copre quasi interamente. La parte del corpo che non è protetta da quel tessuto leggero, è prudentemente riparato da calzoni lunghi, dello stesso colore e fattura della camicia. Potremmo essere padre e figlia, se non fosse per l’evidente diversità del colore della pelle e di religione. Abbiamo però gli stessi ritmi biologici e gli stessi gusti. Vegetarian meal per me e per lui. Hot tea per me e per lui. Toilet per me e per lui.
Bellissimo.

Australia. Le vite (inventate) degli altri -La mamma giovane e un ragazzo-

La mamma giovane, di fronte a me, dà retta alla sua vivace bimba. Vuole dimostrare, la mamma, a tutti ma ancora prima a se stessa, che ce la fa a gestire questa situazione che non ha scelto. Sembra stia aspettando qualcuno. Il piede batte il tempo di una musica che non odo, una musica tecno, a giudicare dalla velocità del movimento della ballerina indossata. Una musica che non l’aiuta a rilassarsi e a dare l’attenzione che vorrebbe quella bimba che corre di qua e di là gridando Mummy!

 

Poi c’è un ragazzo che cerca di sostenere la stanchezza della vita con la sola forza della mano, ma è evidente che la nuvola delle sue decisioni -che non ha mai preso realmente sul serio- sta diventando enorme, sopra di lui. Basta, è l’ultima volta che faccio questo per lei. Sa già, però, in cuor suo. Che se lei lo chiamerà e pronuncerà delle paroline magiche, lui riprenderà l’ennesimo aereo, perdendo dignità e rispetto per se stesso.