Le lacrime mi prendono alla sprovvista

Ho trovato un pretesto qualunque, stamattina, per salutare Kapedo dal mio angolo preferito, su un rilievo dolce e calmo, dove tante volte ho meditato, pianto di nascosto, sporcato pagine con pazzi pensieri e impresso il paesaggio che si lascia ammirare da lassù. Mi rifugio lì per l’ultima volta, quasi di fretta perché c’é gente, pochi metri più in basso, che mi aspetta per iniziare il viaggio di ritorno.
Bruscamente, un’esplosione di emozioni mi soffoca, mi stordisce, mi disarma. Le lacrime mi prendono alla sprovvista, come se mi volessero spaventare. Inutile cercare di arginare il fiume, il panorama continua a togliermi il fiato e più questo si fa corto, più intensa é la discesa delle acque sulle mie guance. Ma devo andare, gli apicoltori hanno fretta di tornare a casa e io devo guidare per qualche ora e poi devo riuscire a levarmi dal cuore queste montagne, almeno per ora, almeno per riuscire a infilarmi gli occhiali da sole e tornare alla macchina singhiozzando ma ostentando serenità e nascondendo la passione dell’iride. Ci provo. Rivolgo le spalle alla sorgente dei miei singhiozzi. Sistemo a dovere, nervosamente, le scure lenti protettive e torno giù.
Cerco di sorridere. Un sorriso amaro come le lacrime che, imprigionate nelle ciglia bagnate, non destano preoccupazione ai viaggiatori.
Guido silenziosamente, stordendo i pensieri con la musica alta, talmente alta che chi sta in macchina con me mi guarda sospettoso, senza però azzardare a pronunciare parola alcuna. Guido con le palpebre appesantite dal riflesso del sole o dal sonno che non trovo nelle ore più consone o da quella distruzione dei primi argini del mio fiume tranquillo che ora, vedendo lo sbocco sul mare, comincia ad agitarsi.
Queste lacrime, in effetti, mi hanno spaventata. Perché questa é stata la prima crepa, la più superficiale. Tra poco, anzi pochissimo, il mare chiamato Italia sarà vicino e le mie acque mi travolgeranno sempre più. Per fortuna che so nuotare bene…

Sette anni

Sono trascorsi sette anni da quando
il mio focolare si scalda con tepore vermiglio
sono trascorsi sette anni da quando
i miei occhi pellegrini si vestono con cipiglio
sono trascorsi sette anni da quando
i miei piedi si sporcano con nuove essenze
sono trascorsi sette anni da quando
le mie braccia si annodano con altre certezze

Sono trascorsi sette anni da quando
ho intrapreso un cammino di scoperta
di una vita da immaginare
sono trascorsi sette anni da quando
le mie scarpe barcollano su una via incerta
di una nuova me stessa da inventare.

Ora é tempo di tornare
a casa non so
ma dalla mia famiglia di sicuro
al caldo non so
ma tra antichi abbracci di sicuro
agli anni trascorsi non so
ma dal mio futuro di sicuro.

Mi lancio

Ho deciso di buttarmi. Ho avuto esperienze uniche e irripetibili, nella mia vita, mi manca il lancio nel vuoto. Qualche decina di metri di pura follia. Poi, l’adrenalina. Come quella che provo quando vado in moto col mio babbo, come quella che sento quando bacio qualcuno per la prima (e la seconda e la terza) volta.
Sotto di me un’assenza densa di vita. Di una vita che si crea ai margini del baratro, una vita che sa di storia, di sentieri nascosti, di slavine, di emozioni, di amore.
Le punte dei miei piedi sfidano, audaci, il vento. Sono in bilico su una passerella. Mi sono lasciata alle spalle le barriere di protezione. C’è un elastico che mi dovrebbe salvare dall’inevitabile schianto ma in questo momento non lo sento. È come se non esistesse. Un’altra assenza. Inconsapevolmente cerco di sottrarmi al volo e tento di trovare più contatti possibili con la solidità a cui ho rivolto spavaldamente le spalle. L’illusione di poter indietreggiare, spinge i miei piedi a spalmarsi sulla balaustra, portandosi dolorosamente dietro il piombo della paura.
Mi butto senza sapere, senza pensare, senza respirare. Trattengo il fiato, come se fossi sott’acqua. Sono in apnea.

Ora respiro. E una gelida lacrima bagna la pelle. Ho sentito. Ho provato. Mi sono buttata e sono sopravvissuta.

Mano

La mia mano fuori dal finestrino, accarezzata dal vento e riscaldata dal sole.

Dietro di essa scorre veloce il paesaggio. Il profilo dorato delle dita e dell’avambraccio disegna un paesaggio: le nocche sono come colline e le vene, che attraversano le dolci pendenze, sono come fiumi che vanno a irrorare le estremità dell’arto.

Osservo la mano, metto a fuoco ogni dettaglio. Il paesaggio, dietro, è sfumato. E non riesco a evitare di trovare un collegamento con la vita, con le fasi del nostro eterno errare: quando siamo focalizzati su un problema, un momento, una singola cosa, scordiamo di vedere ciò che scorre dietro di esso e perdiamo di vista il quadro generale. Quando poi cambia la prospettiva e il nostro sguardo si allunga verso l’orizzonte, la mano diventa un oggetto sfumato, senza contorni definiti, come un qualcosa che è andato, che non è più una priorità, non è più così importante.

Notte

A volte la tristezza non ci lascia vedere al di là di noi stessi. Si cerca di sopravvivere al proprio dolore e, così facendo, non ci accorgiamo di ciò che ci circonda. I nostri problemi sembrano insormontabili, invalicabili. Non riusciamo a vedere la vetta, la fine di quel velo nero che sembra fasciare tutto. Il peso sul cuore, la non voglia, la solitudine e la malinconia sovrastano il resto.
Ma se appena riuscissimo a sorridere, a guardare più in là, oltre quelle montagne scure che ci avvolgono, scorgeremmo un mondo pronto ad amarci e a essere amato, e non ci sentiremmo più così soli, così sfortunati, così incompresi.
C’è un universo di sorrisi, colori, abbracci là fuori pronto ad accoglierci, basta volerlo vedere. Basta volerlo. Basta crederci.
A volte una canzone, una parola amica, un messaggio al momento giusto possono cambiare la prospettiva della nostra vita. Una vita ingiusta, tremendamente difficile e che ci mette costantemente davanti ai nostri limiti, ai nostri difetti, ai nostri rimpianti. Difficile capire come sopravvivere. Tutto sembra troppo complicato, noi non ci sentiamo abbastanza forti né abbastanza pronti per riscattarci, ma quando meno uno se lo aspetta, qualcosa cambia. Il passato ritorna al suo posto, le cose perse non ci sembrano più così maledettamente importanti e soprattutto si ricomincia a sognare. Si ricomincia a guardare il futuro, che fino al giorno prima ci appariva un’inutile perdita di tempo. Si ricomincia a sperare. Si ricomincia a vivere.

Luna

Luna aveva una freccia nel cuore. Una ferita che sanguinava costantemente ma lentamente. Goccia dopo goccia. Il dolore non era intenso. Togliere quella freccia avrebbe significato morire dissanguata aprendo una lacerazione che non le avrebbe lasciato scampo. Quella freccia, inoltre, le aveva aperto una parte del cuore che si era assopito, intorpidito. Luna ha sofferto, pianto, gioito e sorriso in modo più nitido, più sincero, più vivo. Il suo cuore si era risvegliato da un lungo sonno. Le sensazioni e le emozioni si sono intensificate, ampliate, ritrovando lo spazio necessario per esprimersi nella loro immensità e intensità. C’era sempre quella fitta che ricordava a Luna l’origine della sua sofferenza, ma aveva deciso di ignorarla, finché non si sarebbe sentita pronta per toglierla.

Quando il momento è arrivato Luna non se n’è accorta subito, o meglio se n’è accorta ma ha evitato il confronto il più a lungo possibile. Il cambiamento è sempre un rischio e si ha paura di quello che verrà. Ma quando si è resa conto che non era più possibile scappare, che era ora di cambiare la sua vita, passando dall’irreale al reale, allora ha preso coraggio e ha affrontato la sua freccia. Quando l’ha rimossa ha provato un senso di smarrimento, paura, sconforto. Il suo calore usciva con il sangue. Il suo amore ha perso ogni energia. Una parte di Luna, nel togliere quella freccia, è morta.

Ora è il momento della rinascita, del cambiamento, di un nuovo inizio. Luna soffre, la ferita brucia, il cuore pulsa lentamente, svogliatamente. Lei non vede un futuro, non ancora. Ma giace in lei la speranza che ciò che ha provato e sentito non cada nel nulla, che il suo cuore sia disposto ad amare ancora, senza riserve.

Luna ha paura, ma trova il coraggio di ricominciare a vivere.

Fumo

Anna spegne la sigaretta. La spegne distrattamente, compimento dell’ennesima azione della giornata che non le dà soddisfazione. Sono gesti consueti e abitudinari per lei, non vi fa più caso. Assorta com’è nelle sue paure, nelle sue paranoie, nei suoi dispiaceri e delusioni, una sigaretta non cambia lo schifo quotidiano. Ma continua comunque a darle quel piccolo piacere, seppur fugace e brevissimo, di relax e calma di cui sente di aver bisogno. Soffiando rabbiosa lontano da lei il fumo che ha trattenuto per qualche istante in bocca, schiaccia il mozzicone con forza, come se quel movimento potesse spegnere, insieme alla sigaretta, tutti i pensieri che la tormentano. Il suo sguardo, vitreo e perso, si ferma su quella nuvola inconsistente che sale, sfuma e danza al suono dell’aria. Un suono che non giunge alle sue orecchie ma che c’è e fa fremere il segno di qualcosa che continua a vivere nonostante sia stata fatta morire la sua fonte di vita.
Improvvisamente, Anna viene rapita da quell’immagine che si crea davanti ai suoi occhi verdi, grandi e profondi. Potrebbe essere lei quel fumo. È sua quella vita alla quale hanno tolto tutto, alla quale hanno spento la fonte, schiacciandola con rabbia. Un sentimento profondo comincia a salirle dal ventre e calde gocce amare le rigano il viso. Erano anni che non piangeva. E come due mani amiche, quelle lacrime la confortano, la scaldano, le infondono coraggio, la fanno sentire di nuovo viva.
Ha paura, Anna, paura di cadere di nuovo, di non farcela. E il timore la spinge a guardare indietro, alla sua apatia, alla sua depressione, alla sua tristezza, in balia delle quali si sente tanto sicura. Ma questa volta è diversa. Questa volta la sua volontà può vincere sull’acrasia. Perché il suo viaggio è già iniziato, anche se Anna non sa dove la condurrà.
Di una cosa è sicura: questa è una nuova partenza, una rinascita, l’inizio di un viaggio lungo una vita. La sua nuova vita.

Anna é un personaggio inventato, che ha preso forma nella mia mente in un flash di qualche tempo fa. Ma seppur non esista questa Anna, credo che lei rappresenti ognuno di noi… rappresenti una persona come tante, con i suoi problemi, che ha voglia di cambiare vita perché crede ancora in un cambiamento, perché spera ancora.

Cosa porto con me

Oggi mi hanno chiesto di fermarmi. Di fermarmi a pensare. Cosa porti con te, dopo questi quattro anni trascorsi in Burundi? Mi porto il sorriso delle donne. Un sorriso sconcertante e sincero, semplice e spontaneo. Un sorriso per qualcosa che non so scorgere, che non vedo. Per una realtà difficile, a tratti crudele. Un sorriso per una vita che per noi sarebbe insostenibile perché dura, faticosa e senza speranza. Porto con me anche un altro sorriso, quello dei bimbi. Bambini fantasiosi, che riescono a trovare un gioco in uno specchio di una pozzanghera o per strada. Bambini premurosi, che accudiscono i fratellini con tenerezza e responsabilità. Bambini felici di non aver nulla ma di essere liberi. Liberi di giocare, di correre, di decidere, di sporcarsi. Porto con me la cultura e la tradizione di questo paese, così diverso dal nostro. Mi porto gli sguardi e le espressioni dei barundi. I loro modi di affrontare la realtà negandola. I loro modi di dire, i loro luoghi comuni, i loro complicatissimi proverbi. Porto con me il ricordo di un magnifico paesaggio verde, silenzioso. Le passeggiate lungo sentieri stretti e scivolosi, che mi hanno condotto in mondi prima sconosciuti, realtà nascoste e famiglie vogliose di essere ascoltate. Porto con me anche tante delusioni. Prima tra tutte la sensazione di non aver fatto abbastanza. Di non aver capito a fondo questo popolo, di aver tralasciato qualcosa, di non essermi impegnata a sufficienza. Delusioni anche date per mano degli indigeni, che spesso mi hanno fatto sentire una nullità, un’estranea nonostante la costante presenza durante i quattro anni. Delusione nel percepire che i passi in avanti sono stati troppo pochi e che dietro essi si apre un baratro. Delusione nel vedere che la classe dirigente locale non pensa altro che ad arricchirsi e a prendere finché ce n’è. Della povera gente continua a interessarsi nessuno. Porto con me i cambiamenti che ci sono stati nel mio cuore, nella mia mente, nella mia persona. Cambiamenti a volte difficili da accettare ma pur sempre facenti parte di me. Cambiamenti che mi stanno aiutando a maturare, a capire cosa voglio fare, ad acquistare fiducia in me stessa, ad affrontare difficoltà nuove con il sorriso sulle labbra. Porto con me tutti gli amici incontrati per strada. Di tante nazionalità diverse, che con i loro racconti, le loro storie e i loro sogni mi hanno aperto nuove porte, nuove scoperte, nuove realtà. Che mi hanno fatto vedere il mondo con i loro occhi, così diversi dai miei, che mi hanno dato la loro opinione, mi hanno confortata, consolata, che hanno riso e pianto con me. Infine, porterò per sempre con me i profumi, gli odori, i gusti, i rumori di Mivo. Le parole non dette. Le lacrime non versate. Ricorderò per sempre i miei colleghi, soprattutto Gélase, Pasteur, Serges, Sibo, Claude e Serafina. Persone con le quali mi sono scontrata innumerevoli volte ma che mi hanno accompagnato in questo cammino. Persone per le quali ho provato sentimenti contrastanti. Dall’affetto fraterno a una rabbia cieca. Persone grazie alle quali sono diventata la donna di oggi. E porto con me un pezzettino di Burundi. Un paese ancora chiuso in se stesso. Timoroso del diverso. Un paese che teme più le parole che i colpi di machete. Grazie a don Michele che mi ha chiesto di fermarmi.