Lotta armata e autodeterminazione dei popoli

Tratto dalla Convenzione di Ginevra: “La lotta armata poteva essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione.”

Tratto da Internazionale: “La lotta armata è lo specchio della determinazione di un popolo ad essere libero.”

About Italy

É molto che non parlo di politica, argomento che fino a poco tempo fa era tra i miei preferiti, che mi animava e mi appassionava.
Mi rendo conto che i miei problemi personali, le vicende che mi hanno coinvolta durante l’ultimo anno e la lontananza prolungata dall’Italia mi hanno notevolmente distratto da tutta la sfera socio-politica che mi ha sempre riguardato da vicino.
Ora che il mio letargo è finito non riesco più a stare in disparte e osservare… chiamatemi estremista, chiamatemi comunista, chiamatemi utopista, non m’importa.
La mia opinione vale poco o niente, ma ho bisogno di gridare silenziosamente, con questo post, lo schifo che sento dentro riguardo ciò che sta avvenendo nel cosiddetto Bel Paese.
Ma come si fa a essere arrivati a questo punto? Dove sono finite la destra e la sinistra? Come si fa a formare un governo in questo modo?
Principi, ideali, giusto e sbagliato, pubblico e privato, politica di massa e di élite, fascismo e comunismo… sembra che queste parole abbiano perso un significato e soprattutto possano convivere nella stessa camera senza problemi.
Dov’è la gente che s’indigna? Dov’è la solidarietà? Dov’è la Memoria? Come possiamo accettare questo schifo? Come possiamo sopportare lo scempio del nostro paese? Sono davvero questi i politici che ci rappresentano, che ci meritiamo?
Io non riesco a capire. Mi manca qualche pezzo per comprendere come siamo arrivati a questo punto. Ci stanno togliendo ciò che i nostri genitori avevano duramente strappato al Potere con manifestazioni, scioperi, scontri e morti e noi non reagiamo. Ci stordiscono, ci abbagliano, ci illudono e noi non ce ne stiamo accorgendo. Siamo ipnotizzati e addormentati. Guardiamo solo al nostro personale giardino di casa e non andiamo più al di là delle apparenze, dell’egoismo. Non riesco a crederci.
Lo so, lo so… non esiste solo questo. Ci sono ancora delle persone che, come me, credono in una svolta e provano a fare qualcosa. E poi è facile per me, da qui, parlare, giudicare, emettere sentenze senza vivere quotidianamente l’Italia. Lo so. Ma manca lo stesso qualcosa. Sento indifferenza, menefreghismo, apatia. É questo che mi spaventa. C’è una debole minoranza che reagisce, ma la maggior parte del popolo italiano appare veramente anestetizzato.
Letta, Grillo, Bersani, Berlusconi, Napolitano, Gelmini, Vendola… la lista potrebbe essere infinita… dove sono finiti i politici di una volta? Dove i programmi dei vari schieramenti? Dove i pilastri sui quali si basava l’opposizione di un partito dall’altro? Un pugno chiuso o un saluto romano alzati verso il cielo hanno ancora significato? Il 25 aprile o l’8 settembre ci rimandano ancora a ricordi, avvenimenti, storie, cambiamenti importanti? La storia e il futuro del popolo italiano interessano ancora a qualcuno? Il benessere di tutti, la mobilità sociale, la redistribuzione del reddito, la scuola e la sanità garantite sempre e comunque, la meritocrazia, l’impegno sociale, la politica dal basso hanno ancora valore?
Pensiamoci.
Riflettiamoci.

Sono un estremista da Piovono rane di Alessandro Gilioli

Sono un estremista:

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Sono un estremista perché penso che non si possano chiedere sette anni di lavoro in più alla gente se allo stesso tempo non si tagliano anche le spese militari.

Sono un estremista perché credo che se la Chiesa cattolica italiana ha benefici per cinque o sei miliardi di euro all’anno, forse potrebbe rinunciare a un decimo di quei benefici per il bene comune.

Sono un estremista perché penso che non si possa far finta che in questo Paese l’1% dei cittadini detiene il 13 per cento della ricchezza nazionale – e basterebbe una tassa patrimoniale dello 0,5 per cento per ottenere un gettito di 5 miliardi di euro,

Sono un estremista perché sono convinto che chi prende più di 100 mila euro l’anno, se pure ne scuce un paio alla comunità non avrà ragione di piangere.

Sono un estremista perché credo che una maggiore equità sociale e i diritti civili non siano alternativi, ma parte di un unico, forse ancora indicibile, progetto di Paese.

Sono un estremista perché penso che accontentarsi di un governo cattolico di destra educato e perbene sia la morte della speranza.

2 giugno, festa di quale Repubblica?

Io non festeggio. Scenderei in piazza, questo sì, ma non per esprimere il mio patriottismo. Scenderei in piazza insieme ad altri che, come me, s’indignano per ciò che l’Italia è diventata. Insieme alle donne che, come me, si sentono discriminate e sottovalutate. Ai giovani che, come me, non vedono un futuro dignitoso. Insieme agli immigrati che, come me, cercano qualcosa di più.
L’Italia che ricordo era diversa. Osservandola da lontano, dal Sud del Mondo, in questi quattro anni, mi sono vergognata più volte per ciò che ho visto e sentito. Mi sono vergognata di avere in qualche modo scelto una classe politica così corrotta e venduta da non ricordare più chi l’ha eletta. Mi sono vergognata delle parole di conoscenti, più o meno lontani, che hanno pronunciato davanti a me. Mi sono vergognata di avere come Presidente del Consiglio il signor B. che, essendo troppo preso dal formulare leggi che lo salvino da una galera sicura, è caduto più volte nel ridicolo e soprattutto ha tradito gli italiani con false speranze e bugie.
Cosa c’è, allora, da festeggiare, oggi?
Festeggiamo il precariato, il razzismo, il secessionismo, i tagli all’istruzione pubblica, la Costituzione fatta a brandelli da chi, più di altri, dovrebbe rispettarla. Festeggiamo il Parlamento più corrotto e più anziano d’Europa, la censura che prende piede senza che qualcuno se ne accorga, la televisione spazzatura che c’incanta con programmi inverosimili, la (dis)informazione, le scritte xenofobe sui muri, gli insulti xenofobi agli stadi. Festeggiamo il consumismo, il nucleare, l’acqua privatizzata. Festeggiamo il perbenismo, l’apparenza delle cose, il cellulare all’ultima moda, le scarpe all’ultima moda e il taglio di capelli all’ultima moda. Festeggiamo gli operai disoccupati, sommersi dai debiti. Festeggiamo l’egoismo e la chiusura in se stessi. Festeggiamo l’indifferenza, l’apaticità, l’ignoranza e la scomparsa della solidarietà.
Mi dispiace ma io non ho nulla da festeggiare.
Quando qualcosa cambierà, nelle nostre teste e nei nostri cuori, nei nostri Comuni così come nel nostro governo, allora forse riuscirò a sorridere e a non vergognarmi di essere italiana. Fino ad allora, il 2 giugno, per me, è e rimarrà un giorno come un altro.

… e noi?

Tunisia, Egitto, Libia.
E ora la Spagna: Porta del Sol a Madrid e Plaza de Catalunya a Barcellona.
E noi? Non possiamo stare fermi alla stazione dell’ipocrisia a guardare che il treno ci sfrecci davanti agli occhi senza cercare di afferrarlo. Non dobbiamo. Abbiamo degli ideali da difendere, un futuro da inventare e, ancor più importante, un presente da vivere.
Lasciamoci incantare dalla non-violenza portata nelle piazze spagnole, facciamoci ammaliare dalla determinazione dei nord-africani, facciamoci trasportare dalla fiducia in un futuro migliore. Che senso ha, altrimenti, vivere? Che gusto c’è? La paura non deve trovar posto nelle nostre case, nelle nostre famiglie, né vigliaccheria ed egoismo. E neppure razzismo e xenofobia.
Ribellione delle masse. Autodeterminazione dei popoli. Rivolte pacifiche. Sono queste le parole che ci devono guidare. È la sete di libertà che ci deve far scendere in piazza. Libertà ora e per tutti. Anche per i clandestini, per i rom e per i musulmani.
L’integrazione che può nascere dalla mescolanza tra cittadinanze e religioni diverse non può che rinforzare le fila dei giusti, dei buoni, del popolo. Culture e lingue diverse si intrecciano e così facendo stringono la corda della solidarietà. Il solista si trasforma in coro, l’individuo in gruppo, la protesta in rivolta.
Il potere dal basso. È l’unica forma di democrazia che io riconosco.

Orgogliosa di essere donna

Finalmente abbiamo alzato la voce. E la testa.
Centomila persone a Roma, Milano e Napoli. Ventimila a Palermo e migliaia a Trieste, Bari, Pesaro, Bergamo e Genova. E poi a Bruxelles, Parigi, Barcellona e New York. E tante altre ancora.
La manifestazione di sabato promuove la dignità. Della donna, e non solo. Promuove una politica trasparente, pulita, incensurata. Promuove i diritti naturali di donne, uomini e bambini. Una vita più giusta, più rispettosa, più dignitosa.
“Se non ora quando” ha cambiato qualcosa. Ha mostrato alla classe politica italiana che siamo ancora vivi, che abbiamo il coraggio di scendere ancora nelle piazze a gridare il nostro dissenso, che possiamo ancora decidere sul nostro futuro. Pensavano di avere a che fare con persone ignoranti ed egoiste, ma si sono sbagliati. Pensavano che la nuova strategia della tensione utilizzata dal governo Berlusconi ci avesse davvero intimorito, ma non avevano fatto bene i conti. Non avevano calcolato che la Memoria storica ci unisce ancora, che la forza del popolo è ancora viva, che non abbiamo paura di loro. Pensavano che il nostro orgoglio di italiani fosse stato lasciato in un dimenticatoio, ma noi l’abbiamo rispolverato e tirato fuori al momento opportuno. Pensavano che le armi e la detenzione di esse ci spaventasse, ma noi abbiamo la forza delle parole, e questo ci basta.
Slogan da ogni parte d’Italia parlano per me. Ne cito alcuni: a Milano, riferendosi alla ex moglie di Berlusconi, Veronica Lario, uno striscione dice “Veronica è libera… ora tocca a noi”. A Roma “Non chiamatemi escort, sono una puttana. Non chiamatemi puttana, sono una schiava”. A Napoli “Mi riprendo il mio futuro”. A Venezia “Berlusconi, tu ci Ruby la libertà”. A Bari “ Chi governa deve dare il buon esempio e non chiedere il legittimo impedimento”. Trieste “Donne sull’orlo di una crisi di disgusto”. E infine, a Pesaro “Siamo stufe di mantenere una classe dirigente venduta e comprata”.
Nell’aria c’è quindi profumo di libertà, di cambiamenti, di giustizia. Un profumo che avevamo scordato, che da tempo non solleticava più il nostro olfatto. Ma ora lo sentiamo forte e non potremo più farne a meno. Non potremo più rinunciare al gusto di prendere in mano il nostro destino e decidere autonomamente cosa farne, non potremo più accettare che ci vengano tolti diritti che i nostri genitori hanno ottenuto con la costanza e con il sacrificio, lo dobbiamo anche a loro, e anche ai nostri nonni che hanno combattuto per un’Italia libera da fascismo, libera da discriminazioni, libera da classi e ceti. E lo dobbiamo ai nostri figli, per garantire loro un mondo più equo, più giusto, più rispettoso, più colorato.
Peccato non aver potuto partecipare a tutto questo, non essere lì. Ma il profumo di dignità è arrivato fino a me, e per questo ringrazio tutti voi che siete scesi in piazza anche per me.