Fotografie

Qualche anno fa, ero in Burundi, ho letto un libro regalatomi dalla mia sorellina. Il libro è “La ragazza dalle nove dita”, di L. Fàbregas. La famiglia di Laura, la protagonista, decide, in seguito a un episodio che sconvolge i genitori, di eliminare dalla loro vita le fotografie, quelle “classiche”, quelle stampate su carta fotografica, sostituiendole con delle fotografie mentali che, col tempo, tutti i membri della famiglia imparano a scattare. Ci si concentra sul luogo o sul particolare o sulla persona che si vuole ritrarre e click, si scatta mentalmente la fotografia.

Mi piace quest’idea. Mi piace poter scattare fotografie quando voglio, come voglio, senza dover perdere mezz’ora a scegliere il diaframma giusto o l’esposizione ideale per dare alla foto la profondità e l’inquadratura che vorrei.

Quello che segue è un album fotografico, che lascia spazio alla fantasia, che vuole dare una sagoma al mio mondo, ma che vi lasci la possibilità di colorarlo e riempirlo come pare a voi, di speziarlo, di profumarlo, di riempirlo come più vi aggrada.

Fausto che guida la nostra fantastica Honda rossa in infradito.

Due bimbi che saltano fuori dall’erba più alta di loro con un arco e delle frecce in una mano, usando quella libera per salutare la nostra scatola rossa (la Hilux) che scorre davanti ai loro occhi sorridenti.

La signora del mercato che, per fare i conti, usa il suo braccio e un chiodo lungo almeno 10 cm per scrivere sulla pelle.

Io che, come Amelie, infilo con prepotenza le mie cinque dita in un sacco pieno di fagioli per estasiarmi al contatto e godere, poi, del profumo di farina che lasciano sulla mia mano.

Le bici, senza freni, che vengono rallentate dalle suole delle “Toyota shoes”, infradito fabbricate con i resti dei pneumatici.

Una capra che riposa sulla ruota di scorta di un camion abbandonato nel centro di Iriiri.

Un cane che dorme sulle ceneri di un vecchio focolare, in mezzo a tre pietre che servivano per tenere sospesa l’immensa padella e poter posizionare, al di sotto di essa, la legna da ardere.

Il monte Napak tagliato a metà da una nuvola arrabbiata e prepotente.

Noi che pattiniamo su una pista di fango.

Un raggio di sole che illumina il fumo che si innalza da terra, una striscia ondeggiante grigia, profilata d’oro, che prende vita dalla luce che ricade su di essa.

Tre pannocchie messe a bollire nell’acqua di raffreddamento del motore che alimenta il mulino del villaggio.

Io sdraiata nella capanna di uno sconosciuto che mi ha ospitato per condividere con lui e altri un po’ di kutukutu, la birra locale. Li spio, non con gli occhi, che sono chiusi, ma con le orecchie. Origlio, anche se non capisco nulla. Ogni tanto capto la parola esviai (SVI pronunciato in inglese), ogni tanto si sente sputare. Io mi rilasso. Il mio respiro si fa lento e profondo. Sento i miei polmoni gonfiarsi e sgonfiarsi a ritmo regolare. I miei pensieri, un po’ confusi e tristi, si rasserenano.