Ancora

Spio dalla mia finestra la mia ultima luna piena, sicura che ogni volta che si leverà sopra la mia testa, ovunque sarò, il mio cuore giungerà Iriiri, dove ho ammirato quella più bella.

Sale sopra le fronde degli alberi.

Annuso l’aria di luna, che sa di autunno e foglie secche appoggiate a terra come onde su una superficie troppo calma per ospitarle.

Ascolto la musica lunare, che porta il canto di grilli e voci di esseri umani, stonate rispetto alla perfezione del suo cerchio che racchiude il riflesso della stella più grande.

Bella questa luna piena, bello essere qui, ancora.

Ancora. Ancora.

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Attimi notturni

Bevo la tisana seduta appena fuori dalla porticina della mia camera, come non facevo da tanto tempo. La tazza fumante tra le mani, lo sguardo si muove come per la prima e ultima volta sullo spettacolo notturno. Le braccia del frangipane, annodate sopra la mia testa, lasciano al cielo tutta l’ampiezza che si merita. Il vento poi mi porta la ninnananna di un mare non incontrato, ma che riconosco dal suono. Un mare calmo, forse un oceno, che giunge con i suoi profumi e i suoi suoni fino a questa terra stanca di camminare e di piangere. Piedi sporchi, visi rigati. Figli andati, persi, abbandonati.

Dedicata a Otine

Come puoi ancora sorridere
dopo aver smarrito la tua infanzia
con l’eco degli spari?

Come puoi ancora sperare
quando hai dovuto diventare
grande a dieci anni?

Come puoi ancora amare
quando l’odio di sconosciuti
ti ha inferto uno squarcio infetto?

Come puoi ancora raccontare
quando la paura galleggia
nel tuo cristallino tenebroso?

Come puoi ancora ricordare
quando il terrore si ricrea
tra le tue mani?

Come posso io assistere
al teatro della tua vita
senza piangere?

Sofferenza e felicità

La sofferenza ci porta spesso a cercare conforto, aiuto, sostegno. Ti apri a uno sconosciuto, piangi con un amico e, a volte, non sai nemmeno perché.
La felicità, invece, ha una natura egoista, che non ci lascia condividere per paura di essere rubata, portata via da falsi sorrisi e mani scaltre.

Ci penso

Penso spesso a cosa farò una volta tornata in Italia, manca poco ormai. Quando succede, mi assento da questo mondo e divento un miscuglio di sentimenti, un turbine di emozioni. Mi sento una lavatrice con l’oblò aperto durante la centrifuga. Ogni tanto sputo fuori qualcosa. Un ricordo, una lacrima, un sorriso, una speranza.
Vorrei godere la giornata come l’Africa mi ha insegnato a fare, vorrei vivere di attimi come le eterne poesie, vorrei vivere di sorrisi come voi mi chiedete, vorrei udire il silenzio dei sordi e scorgere la luce dei ciechi.

Un vetro appannato, la luna piena e la mia mano che ricama una cornice attorno a essa.

Spiccioli

Il troppo non fa bene, a noi gente di mal affare. Siamo abituati agli spiccioli. Noi viviamo di centesimi, di sospiri, di attimi, non sappiamo fare altro. Il futuro non ci appartiene e il presente é nutrito da un battito del cuore. Quello é il nostro presente. Di più non sappiamo fare. Perché é quell’attimo,é quel battito, che ci fa sentire vivi. E ci basta quello.

Paura

Ho trascorso i miei ultimi due anni a fortificare il mio cuore, lasciandolo gocciolare piano piano da quella spada infertami da chi più amavo.
Ho erto mura attorno a me per tenere lontano il pericolo, la sofferenza, l’illusione, la paura. C’ero riuscita. Ho dovuto lavorare sodo per non sentire più il taglio della ferita, sempre là a comprimere i ventricoli e far vibrare gli atri in modo anomalo, scostante.
E poi arrivi tu. Forse le mura che avevo costruito erano fatte di ghiaccio, che con i tuoi raggi di dolcezza si sono scolti. Forse erano fatte di fango, che con la tua pioggia di parole si sono liquefatte. Forse erano fatte di sentimenti resi forti dalla tristezza, che appena ha abdicato per altri luoghi, non hanno più retto davanti alle emozioni.
Non lo so. E tutto questo mi fa paura. Sempre di più. Il sollettico che provo quando il mio cuore sobbalza mi dà quasi fastidio. Non vorrei provarlo né sentirlo.