L’emozione di un grazie

Non siamo qui per essere ringraziati, ma quando succede (e succede raramente, almeno in Burundi) dà un immenso piacere. I barundi mi hanno fatto emozionare come non sapevo nemmeno sperare. Grazie di aver creduto in noi, di averci formati e accompagnati, seppur a distanza, durante i mesi di assenza dei volontari. Grazie per essere ancora qui con noi, grazie di esserci stata e d’esserci ancora. Queste le parole che hanno pronunciato. Mi hanno lasciata senza altro da fare che trattenere le lacrime d’emozione che avrebbero voluto scorrere liberamente sulle mie guance. Senza altro da dire che un grazie a voi che avete creduto in me e, soprattutto, in voi, nel vostro paese, nella vostra forza, nelle vostre capacità.
E poi i ragazzi, Francesco e Valentina, che mi dimostrano il loro affetto trascorrendo ogni istante con me, aprendo il loro cuore e la loro mente, svelandomi i loro timori, le loro paure e, infine, la loro riconoscenza per ciò che ho fatto. Ma sono ancora una volta io a ringraziarvi. Perché mi sono sentita accettata per quello che sono, perché mi sono sentita partecipe delle vostre scoperte, perché ho visto per la prima volta un nuovo volto del Burundi, quello che mi avete mostrato voi con i vostri occhi.
Quante emozioni. Nuove, o meglio rinnovate. Sepolte sotto la sofferenza dell’ultimo anno. Ma ancora pronte a tornare a galla.
È stato bello tornare. È stato bello ricominciare una nuova avventura. È stato bello rivedere gli amici, le colline, il piccolo cielo stellato, gli ippopotami che si divertono a nutrirsi a tre metri dalla nostra macchina, come per farsi ammirare dai nostri occhi bambini, innocenti, stupefatti.
E ora si riparte per l’Uganda, dove mi attendono i miei ricordi, i momenti difficili, silenziosi. Ma accanto a tutto ciò mi si prospetta una nuova vita, accanto a persone che, come qui, mi vogliono bene, mi stimano e apprezzano con tutti i miei difetti e i miei pregi.
Continuo a stupirmi, continuo a innamorarmi, continuo a scoprire quanto ricco sia questo mondo e le persone che lo rendono così perfetto e ingiusto. Continuo a credere che la mia rinascita debba partire da qui. Da me. Dalle persone che mi sono vicine.
Grazie. Grazie di cuore.

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Punti di domanda

Scrivo ancora da Mivo…
I giorni stanno volando, tra riunioni, visite ad agricoltori, incontri più o meno ufficiali e confronti.
Piove, sta iniziando la stagione delle piogge. Passo parte dei miei pomeriggi ascoltando il rumore dell’acqua sul tetto, un po’ di musica e pensando. Il tempo in Africa assume un significato sempre diverso, a seconda dei miei stati d’animo e necessità. A volte non basta mai. Altre sembra difficile riempire gli attimi, ma forse è solo paura. Paura di doversi guardare dentro, di affrontare se stessi.
A volte la mia appare una fuga. Una fuga dall’Italia che va a rotoli, dai problemi che affliggono la mia terra d’origine. Poi mi guardo intorno e credo invece che sia un percorso che devo terminare per affrontare il mio futuro. Una scelta consapevole, un’esperienza incredibile che mi sto regalando.
Mi manca la Karamoja, gli orizzonti dorati, la culla che abbraccia Iriir, le persone che la rendono speciale.
Ancora poco più di due settimane da trascorrere qui con Francesco e Valentina e poi il ritorno. Un ritorno impegnativo sul fronte lavorativo e personale.
Ho un grande punto interrogativo dentro la mia mente che mi costringe a farmi e rifarmi domande, chiedermi il perché di molte cose, interrogarmi sul mio futuro. Ma le risposte non le ho. Devo solo vivere.

Impressioni a caldo

Mivo, 28 febbraio 2013
Ancora a Mivo, ancora tra i barundi, ancora tante parole, spiegazioni, riunioni…
Le impressioni a caldo di questi pochi giorni passati in questo piccolo angolo di mondo sono molteplici, un’alchimia che riporta a galla ricordi, pensieri, esperienze, lacrime e gioie. Ma questa nuova esperienza mi dà nuovi spunti… La convivenza con Francesco e Valentina, i nuovi volontari che dovranno prendere in mano il progetto, è serena, cordiale, sincera. Le loro storie, il loro passato, la loro vita si svelano a me spontaneamente giorno dopo giorno. Gli animatori mi stupiscono per l’affetto che mostrano nei miei confronti. Gli amici mi scaldano con i loro abbracci e la loro accoglienza. Il cielo frastagliato dalle foglie degli onnipresenti banani mi fanno sentire un po’ a casa anche qui. Mancano all’appello i medici di Kiremba, con i quali ho trascorso dei weekend indimenticabili, Stefano e Alessandro che mi hanno ascoltata pazientemente, con i quali si giocava a biliardo, si beveva birra e si suonava e cantava fino a tarda notte. Ci sono però ancora tanti visi da incontrare, nuove storie da ascoltare e orizzonti da scoprire.
La responsabilità di questo passaggio di consegne piuttosto arduo mi pesa sulle spalle, ma sto facendo del mio meglio. Non è semplice trasmettere le cose essenziali senza spaziare troppo nel personale o nei giudizi dettati dalla mia esperienza in così poco tempo. Ci provo. Ci proviamo, insieme.
Ogni volta che torno in Burundi imparo qualcosa di nuovo. Incontro persone normali che mi insegnano come stare al mondo senza perdere di vista le cose importanti. Lavoratori, batwa, agricoltori o funzionari del Comune, poco importa che ruolo rivestono o che abiti indossano, ognuno di loro nutre la mia anima. Non è semplice accettare i difetti, le diversità, i modi di fare e di agire delle persone che si scostano da quella che la società definisce “normalità”, ma è proprio questo che mi piace della mia vita qui: aprirsi a nuove prospettive, nuovi punti di vista, apprezzare la diversità come risorsa piuttosto che come problema, accettare di essere strani ai loro occhi e riuscire nonostante tutto a lasciare una traccia, più o meno indelebile, nei loro cuori, nei loro ricordi.
Insomma, mi attendono ancora alcune settimane da trascorrere qui e sono fiduciosa. Spero di portare avanti il mio lavoro al meglio delle mie capacità, di non avere riserve, pregiudizi, limiti che possano impedire di trasmettere a Francesco e Valentina tutto quello che loro riterranno importante.
E poi, un nuovo ritorno in Karamoja…

Lettera ai volontari

Qui di seguito riporto una lettera che ho trovato tra i miei documenti… l’ho scritta a dicembre, prima di rientrare dopo quattro anni di Burundi in Italia. E’ un bel testamento, e lo voglio condividere… Bujumbura, 1° dicembre 2011 Cari Mivini, scusate il modo e lo stile della lettera dattiloscritta a computer ma l’abitudine e l’immediatezza – data la volatilità dei miei pensieri- si addicono meglio a ciò che mi accingo a scrivere. Ciò che segue non è altro che un disordinato miscuglio di sensazioni, ricordi, auguri e ipotesi di una persona che sta per lasciare un Paese che le ha rubato un pezzo di cuore, un Paese che le ha insegnato tanto, che l’ha fatta soffrire e gioire, che ha dato e ricevuto. Prendete quindi tutto ciò che scrivo con le pinze perché ricordatevi sempre che questo è il mio punto di vista e, come spiegano bene al corso SVI, come tale deve essere considerato. Durante questi mesi di convivenze ho parlato molto, troppo forse. Ho cercato di rendervi chiaro un Paese che mi è ancora sconosciuto, ho cercato di farvi capire come funzionano alcuni meccanismi che in gran parte mi sono ignoti, ho sperato di riuscire a darvi un quadro generale di una situazione in continua evoluzione. Le parole usate, però, sono sicura serviranno. Arriverete a un certo punto in cui capirete cosa volevo dirvi, in cui udirete per la prima volta – comprendendone a pieno il significato – frasi, espressioni, avvertimenti ed esempi ascoltati (ma non pienamente carpiti) un po’ di tempo addietro. Ci sarebbero altre mille cose da dire, avreste (forse) ancora centinaia di domande da pormi, ma l’unica cosa utile che mi sembra di dover aggiungere, e spiegare, è la seguente: lasciatevi andare all’avventura che il Burundi vi chiama ad affrontare. Cercate di dare il meglio di voi sempre, con chiunque, in ogni istante. Lasciate perdere gli schemi che dopo tanti anni in Europa è normale avere. Ricordate che ciò che per voi è scontato, logico o ridicolo nella sua stupidità, qui non lo è. Buttate via ogni orgoglio, ogni stima, ogni barriera, ogni frontiera che vi trattiene nel farvi abbracciare da questo mondo. Aprite il vostro cuore e la vostra mente. Apritevi al diverso. All’ignoto. Affrontate i vostri timori, le vostre paure, i vostri pregiudizi, i vostri limiti e andate oltre. Siate attratti da chi è diverso da voi perché vi può far scoprire mondi nuovi. Siate umili. Disponibili. Non pensate di essere arrivati. Mai. Ogni piccola vittoria nasconde un nuovo traguardo. È un gioco che richiede pazienza, buona volontà, intelligenza e un pizzico di fortuna. Cercate sempre di leggere tra le righe. I barundi non dicono mai ciò che pensano. Dovete imparare a capire cosa vogliono davvero dirvi. Le parole sono meno importanti. Osservateli, spiateli, ascoltateli. Vi accorgerete che il messaggio viene lanciato attraverso gli occhi, le mani, i sorrisi, i visi corrucciati, le espressioni del viso e i movimenti del corpo. Non basta ascoltarli. Occorre capirli. Cercate, tra di voi, di parlare spesso. Se avete bisogno di sfogarvi, fatelo. Davanti a uno specchio, sotto la doccia, parlando con i cani, non è importante, ma fatelo. Almeno voi non tenetevi i problemi dentro. Esternateli. Ci sono vari modi per farlo. Trovate quello che fa al caso vostro. Cercate l’incontro/scontro. Il primo è inevitabilmente legato al secondo. Il primo non può esistere senza il secondo. Non c’è un vero incontro se non ci si scontra senza peli sulla lingua, con franchezza e chiarezza. Innanzitutto dentro di voi e poi con gli altri. Non abbiate paura di ciò che non sapete fare. Mettetevi alla prova. Non rinunciate prima di averci provato. Mettetevi in discussione. Scoprirete nuove parti di voi. Se, al contrario, vi chiuderete a guscio, non riuscirete a trovare un vostro posto, un vostro ruolo. Loro vi vedono, vi conoscono. Se c’è qualche cosa che non va lo percepiscono. Lavorare con i barundi richiede una buona conoscenza di se stessi. Riconoscere i propri limiti e mostrare loro di aver voglia di superarli è un buon inizio. Essere attenti ai loro bisogni, senza però farsi prendere in giro. Dovete ammettere i vostri errori. Sempre. Cercare di evitare i più banali, i più stupidi. Ma abbiate l’umiltà di chiedere scusa se l’errore l’avete commesso voi. Ricordate sempre che siamo a Mivo per fare auto-sviluppo e non assistenza. A volte è difficile distinguerli. O diventa difficile dire di no. Ma dovete farlo. Siate brillanti, stupiteli con prospetti già pronti, zappe già comprate, riunioni già pianificate e organizzate. A loro piacciono le cose fatte per bene. Soddisfateli. Cercate sempre di scoprire cosa c’è dietro. La maggior parte delle volte non ci riuscirete ma almeno provateci. Informatevi, andate a conoscere, andate a guardare, uscite da Mivo. Non pensiate sia tempo perso. Non lo è mai. Confrontarsi è sempre importante. Cercate di imparare bene il kirundi. Cercate di rispettare le tradizioni e gli usi locali, per quanto noiosi o incomprensibili siano. Ricordatevi che il colore della vostra pelle non potrà mai cambiare. Voi siete e rimanete bianchi. Potete essere dei bianchi bravi, che trattano con dignità i propri lavoratori, che credono in ciò che fanno, che credono in un Burundi migliore. Oppure potete continuare ad alimentare il mito dell’uomo bianco onnipotente che, come per magia, risolve i problemi del mondo, creandone però da un’altra parte. Rispettate le esigenze dei vostri coinquilini. La privacy, la stanza, i momenti in solitudine sono importanti. Minimizzate i problemi e ingigantite i (piccoli) risultati. Chiamate se avete bisogno. Abbiate l’umiltà di farlo. Ci saranno momenti difficili in cui la presenza di una terza persona può davvero aiutarvi. Parlate, parlate e confrontatevi. Ricordatevi che siete un’équipe. Ciò vuol dire che si sbaglia in tre, che si gioisce in tre, che non c’è un capo, che occorre decidere tutto insieme, che nessuno di voi si deve permettere di pensare per gli altri. Un’équipe SVI condivide tutto. È difficile ma questo vi viene chiesto e questo dovete fare. Davanti a loro fatevi vedere uniti e solidali, decisi e non contradditevi mai. Ritagliatevi spazi vostri, fate percorsi diversi, ma l’arrivo dev’essere lo stesso per tutti e tre. Lo so, mi sono ripetuta, le ho già dette tutte queste cose e non c’è nulla di nuovo. Ma avevo già premesso: disordinati pensieri! Mi rendo benissimo conto, ora che ve lo scrivo, di essere riuscita a seguire solo alcuni di questi consigli che con superiorità mi permetto di dispensare. Mi rendo conto di aver sofferto tanto. Di aver pianto tanto. Di aver avuto voglia di scappare. Di cambiare. Di essere un’altra persona. Ma poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato e le cose hanno cominciato ad andare. E con esse noi abbiamo trovato un nuovo equilibrio. Interiore innanzitutto. E poi con gli indigeni. È stata una delle esperienze più belle della mia vita e rifarei tutto. Ripeterei ogni cosa. Sarà così anche per voi, ne sono sicura. Non lasciate che fraintendimenti, silenzi o divergenze rovinino questi vostri tre anni. Viveteli al massimo. Vi sentirete davvero vivi. La convivenza non è mai semplice, l’ho vissuta sulla mia pelle. Cercate però che rimanga una piccola piega in un foglio immacolato. I problemi tra di voi non devono influire sui risultati del progetto. Sarebbe una grandissima mancanza da parte vostra. Io litigavo tutti i giorni con Marco, piangevo tutti i giorni, ma mi sono sempre sforzata di dirgli tutto ciò che mi pareva inerente al nostro lavoro, anche a costo di essere presa per stupida, anche a costo di sentirmi dare delle risposte assurde, anche a costo di sentirmi dire: “ tu non hai ancora capito niente del progetto” dopo più di nove mesi che ero a Mivo. Non è stato facile, anzi. Ma le difficoltà che ho superato con lui mi hanno aiutato ad affrontare i problemi con i barundi. Cercate di sfruttare al meglio l’opportunità che lo SVI vi dà di condividere un’esperienza così tra di voi. Cercate di sorridere anche quando vi sembra impossibile. Mandate giù i bocconi amari. Se cadete, rialzatevi. Testa bassa. Non vantatevi di ciò che avete fatto o di ciò che credete sia solo merito vostro. Se i barundi non vogliono farvi fare una cosa, se non sono d’accordo con voi, trovano il modo per farvelo capire o vi possono addirittura impedire di arrivare dove vi eravate prefissati. È casa loro, sono loro che dettano le regole. Se volete giocare, dovete accettarle. Giocate, giocate fino in fondo. Sono solo parole, penserete voi. La realtà quotidiana è un’altra cosa. Lo so, e avete ragione. Questa lettera voleva solo farvi fermare un attimo a riflettere. Riflettere sulla vostra scelta di vita. All’inizio pensavo di “essere brava” solo perché avevo deciso di venire a vivere in Burundi. Mi sbagliavo. Essere brava significa lavorare per tre anni a Mivo, sforzarsi di uscire la mattina dalla porta di casa e capire cosa bisogna inventarsi quel giorno. Essere brava significa accettare il ruolo che si ha e rispettarlo al meglio. Essere brava significa accettarsi e farsi accettare. Rispettare e farsi rispettare. Perdonare e farsi perdonare. Essere brava è amare questo posto e farsi amare da lui. Ho visto tante persone in questi quattro anni che sono scappate via perché, anche solo dopo pochi mesi, non sopportavano più alcune cose di questo Paese. Trovo sia ridicolo. Il Burundi è di certo un Paese difficile, e la sua popolazione non è da meno, ma se volete davvero ambientarvi e stare bene qui dovete prendere ciò che vi viene offerto. E ciò non vuol dire accontentarsi. Va benissimo anche arrabbiarsi, altrimenti vuol dire che non provate alcun sentimento. Vuol dire semplicemente che si accetta la realtà per quella che è. Non pensiate di ribaltare il mondo, di salvare vite umane o di modificare una struttura sociale che esiste da secoli. Pensate in piccolo. Un passettino alla volta. Senza fretta e ragionando bene su ogni decisione. Uno scalino dietro l’altro. Se marcerete bene, raggiungerete la vetta. Ora sappiamo già che tra un paio di mesi ci rivedremo e che avremo modo di parlare, di discutere, di chiedere e di rispondere e mi sembra tutto più semplice. Avremo un’altra opportunità di scambio e di incontro tra di noi che sarà importantissimo. Sono felice di poter tornare. E sono felice di poter continuare ad aiutare il Burundi. Non mi resta davvero altro da dire. Finalmente, penserete! Avete ragione. Credo che questa lettera sia servita più a me che a voi. Mi è servita per riflettere, per rievocare sentimenti passati, per ricordare. Vi auguro davvero tre anni splendidi, ricchi di emozioni e di soddisfazioni. Un abbraccio a tutti e tre. Con affetto, Francesca

Sospesa a mezz’aria

È un momento strano per me. Sento di aver bisogno di scrivere ma le frasi si sovrappongono, mi tolgono il fiato e non vogliono farmi spiccare il volo. Mi sento sospesa. Sospesa tra due mondi, due realtà, tra il quotidiano e l’immediato futuro. Tra il lavoro e la famiglia. Tra gli amici burundesi e quelli italiani. Mancano due settimane al mio rientro e quando ci penso il mio corpo si divide. La parte superiore tende al cielo, ai sogni, al futuro. La mente mi spinge verso l’Italia, verso mio marito, verso la mia famiglia, verso gli amici che non rivedo da molti anni. La parte inferiore, al contrario, vuole rimanere aggrappata a questa terra. I piedi mi trattengono con forza. Questo suolo burundese che mi ha visto crescere, durante questi quattro anni, che mi ha visto cadere e rialzarmi, sorridere e piangere, camminare decisa, altre volte sconfortata, altre volte delusa, altre volte gioiosa, vuole ancora essere calpestato da me. Vuole ancora vedermi saltare da una riva all’altra del canale, vuole sentire ancora il mio peso sulla sua superficie. Vuole ancora darmi la sensazione di libertà che ho sempre provato passeggiando per le sue colline. Il Burundi è stata la mia casa, il mio rifugio, il mio mondo. Da sogno è divenuto realtà. E questa realtà è difficile da lasciare. Avevo ventotto anni quando sono arrivata qui col mio carico di ottimismo e voglia di imparare. Il bilancio? Difficile a dirsi. Se guardo indietro scorgo i vari passaggi che mi hanno fatto conoscere questo posto, le fasi che hanno definito il mio coinvolgimento nel progetto e nel Paese. Rivedo le persone, e sono tante, che ho incontrato sul cammino. Ricordo le (dis)avventure, i viaggi, gli imprevisti, le difficoltà. Riprovo le stesse sensazioni che avevo sentito nel vivere quelle esperienze. Ma la vita mi chiama nuovamente a cambiare. L’Italia prima e l’Uganda poi. E, nuovamente, mi ritrovo a pormi le stesse domande di quattro anni fa. Come sarà? Cosa cambierà in me? Sarò all’altezza? Mi troverò bene? Inutile dire che non so rispondermi. Ma a differenza di quattro anni fa posso contare su un buon allenamento all’Africa e ai suoi abitanti. Ho un’esperienza vissuta intensamente che mi ha fatto entrare, seppur superficialmente, in questo affascinante mondo nero che, a modo suo, mi ha accolto. Sono più sicura di me e delle mie capacità. So che posso stare lontana dall’Italia senza troppe difficoltà. So che le persone care continueranno a seguirmi, ovunque e per sempre. È un conforto saperlo. Posso quindi (forse) definirmi pronta per la prossima avventura, anche se prima voglio godermi le ultime due settimane burundesi, la parentesi italiana di meritato riposo e poi… una nuova vita in Uganda.

Cosa porto con me

Oggi mi hanno chiesto di fermarmi. Di fermarmi a pensare. Cosa porti con te, dopo questi quattro anni trascorsi in Burundi? Mi porto il sorriso delle donne. Un sorriso sconcertante e sincero, semplice e spontaneo. Un sorriso per qualcosa che non so scorgere, che non vedo. Per una realtà difficile, a tratti crudele. Un sorriso per una vita che per noi sarebbe insostenibile perché dura, faticosa e senza speranza. Porto con me anche un altro sorriso, quello dei bimbi. Bambini fantasiosi, che riescono a trovare un gioco in uno specchio di una pozzanghera o per strada. Bambini premurosi, che accudiscono i fratellini con tenerezza e responsabilità. Bambini felici di non aver nulla ma di essere liberi. Liberi di giocare, di correre, di decidere, di sporcarsi. Porto con me la cultura e la tradizione di questo paese, così diverso dal nostro. Mi porto gli sguardi e le espressioni dei barundi. I loro modi di affrontare la realtà negandola. I loro modi di dire, i loro luoghi comuni, i loro complicatissimi proverbi. Porto con me il ricordo di un magnifico paesaggio verde, silenzioso. Le passeggiate lungo sentieri stretti e scivolosi, che mi hanno condotto in mondi prima sconosciuti, realtà nascoste e famiglie vogliose di essere ascoltate. Porto con me anche tante delusioni. Prima tra tutte la sensazione di non aver fatto abbastanza. Di non aver capito a fondo questo popolo, di aver tralasciato qualcosa, di non essermi impegnata a sufficienza. Delusioni anche date per mano degli indigeni, che spesso mi hanno fatto sentire una nullità, un’estranea nonostante la costante presenza durante i quattro anni. Delusione nel percepire che i passi in avanti sono stati troppo pochi e che dietro essi si apre un baratro. Delusione nel vedere che la classe dirigente locale non pensa altro che ad arricchirsi e a prendere finché ce n’è. Della povera gente continua a interessarsi nessuno. Porto con me i cambiamenti che ci sono stati nel mio cuore, nella mia mente, nella mia persona. Cambiamenti a volte difficili da accettare ma pur sempre facenti parte di me. Cambiamenti che mi stanno aiutando a maturare, a capire cosa voglio fare, ad acquistare fiducia in me stessa, ad affrontare difficoltà nuove con il sorriso sulle labbra. Porto con me tutti gli amici incontrati per strada. Di tante nazionalità diverse, che con i loro racconti, le loro storie e i loro sogni mi hanno aperto nuove porte, nuove scoperte, nuove realtà. Che mi hanno fatto vedere il mondo con i loro occhi, così diversi dai miei, che mi hanno dato la loro opinione, mi hanno confortata, consolata, che hanno riso e pianto con me. Infine, porterò per sempre con me i profumi, gli odori, i gusti, i rumori di Mivo. Le parole non dette. Le lacrime non versate. Ricorderò per sempre i miei colleghi, soprattutto Gélase, Pasteur, Serges, Sibo, Claude e Serafina. Persone con le quali mi sono scontrata innumerevoli volte ma che mi hanno accompagnato in questo cammino. Persone per le quali ho provato sentimenti contrastanti. Dall’affetto fraterno a una rabbia cieca. Persone grazie alle quali sono diventata la donna di oggi. E porto con me un pezzettino di Burundi. Un paese ancora chiuso in se stesso. Timoroso del diverso. Un paese che teme più le parole che i colpi di machete. Grazie a don Michele che mi ha chiesto di fermarmi.

Orizzonti africani

Sta per finire la visita al progetto da parte di Mario e Claudio. E’ stata una settimana intensa, appassionante e formativa. E’ incredibile quanto si possa imparare da due persone come loro. Ci hanno offerto la loro esperienza, il loro amore per l’Africa, la loro saggezza.
Credevo di sapere molte cose e di aver raggiunto una conoscenza di questo paese sufficientemente buona. Mi sono resa conto che non è così. I nostri “abashizi” hanno allargato ulteriormente i miei orizzonti africani. Mi hanno incantato con i loro discorsi, le loro storie, i loro aneddoti sull’Africa, mi hanno fatto immaginare e sognare posti mai visti, mi hanno fatto venire ancora più voglia di sapere, di conoscere.
Improvvisamente mi tornano in mente i consigli del pre-partenza che, un po’ per comodità e un po’ per supponenza, mi ero scordata: “Ricordati di metterti sempre in discussione, ricorda che il tuo punto di vista e’ solo la vista di un punto, ricordati che i barundi hanno una loro testa, tu non puoi e non devi imporre la tua visione, che e’ e deve rimanere la visione di uno straniero, di un bianco, di un occidentale.”
La mia conoscenza, improvvisamente, si è azzerata, rapportandosi con la loro. Ho riscoperto l’importanza di non pensare mai di essere arrivati e di conoscere a fondo le persone o i meccanismi di un paese, di una nazione, di un popolo. La mia esperienza, seppur di lunga data, è personale, soggettiva e limitata.
Grazie a loro la mia sete di conoscenza si è fatta più viva, più importante. L’Africa mi regalerà ancora tre anni di convivenza. Non importa dove, non importa con chi, non importa quando. L’importante è che io riesca a carpire il più possibile di questo continente nero, meraviglioso e complicato che mi ha stregato. Cercherò di entrare ancora di più nella sua storia, nella sua tradizione, nelle sue dinamiche. Cercherò di imparare, di studiare, di conoscere la terra e gli abitanti così come gli alberi e gli animali e tutto ciò che la rende viva. Cercherò di essere umile e aperta, pronta a essere abbracciata ancora una volta dal calore e ammaliata ancora una volta dalla sua storia.
I miei orizzonti africani sono, ora, più aperti di prima e con essi, la mia testa, la mia mente, la mia ombra, il mio spirito, la mia essenza, tutta me stessa.