Ciò che rimane

Brividi, frustate sibilate
lacrime, parole torturate
dita, corde pizzicate
labbra, sudore tremante
braccia, aiuto pesante
ombre, ferite impietuose
occhi, ricordi vergognosi.

Chi sono io per assistere a questo scempio chiamato civiltà? E poi, cosa rimane? L’egoismo. L’egoismo colma tutto.

Tempo (mi sento molto Francesco Guccini in “I fichi”)

Ripercorro i passi di sempre, ritrovo le persone di sempre, come fosse la prima volta.
Calma, ho ancora domani per piangere. Come se domani fosse un futuro prossimo.
Il tempo assume un tempo diverso, perché domani é il mio futuro.
Domani avrò il tempo di piangere, ma ora voglio sorridere.
Domani avrò il tempo di piangere, ora non é ancora tempo.

Le lacrime mi prendono alla sprovvista

Ho trovato un pretesto qualunque, stamattina, per salutare Kapedo dal mio angolo preferito, su un rilievo dolce e calmo, dove tante volte ho meditato, pianto di nascosto, sporcato pagine con pazzi pensieri e impresso il paesaggio che si lascia ammirare da lassù. Mi rifugio lì per l’ultima volta, quasi di fretta perché c’é gente, pochi metri più in basso, che mi aspetta per iniziare il viaggio di ritorno.
Bruscamente, un’esplosione di emozioni mi soffoca, mi stordisce, mi disarma. Le lacrime mi prendono alla sprovvista, come se mi volessero spaventare. Inutile cercare di arginare il fiume, il panorama continua a togliermi il fiato e più questo si fa corto, più intensa é la discesa delle acque sulle mie guance. Ma devo andare, gli apicoltori hanno fretta di tornare a casa e io devo guidare per qualche ora e poi devo riuscire a levarmi dal cuore queste montagne, almeno per ora, almeno per riuscire a infilarmi gli occhiali da sole e tornare alla macchina singhiozzando ma ostentando serenità e nascondendo la passione dell’iride. Ci provo. Rivolgo le spalle alla sorgente dei miei singhiozzi. Sistemo a dovere, nervosamente, le scure lenti protettive e torno giù.
Cerco di sorridere. Un sorriso amaro come le lacrime che, imprigionate nelle ciglia bagnate, non destano preoccupazione ai viaggiatori.
Guido silenziosamente, stordendo i pensieri con la musica alta, talmente alta che chi sta in macchina con me mi guarda sospettoso, senza però azzardare a pronunciare parola alcuna. Guido con le palpebre appesantite dal riflesso del sole o dal sonno che non trovo nelle ore più consone o da quella distruzione dei primi argini del mio fiume tranquillo che ora, vedendo lo sbocco sul mare, comincia ad agitarsi.
Queste lacrime, in effetti, mi hanno spaventata. Perché questa é stata la prima crepa, la più superficiale. Tra poco, anzi pochissimo, il mare chiamato Italia sarà vicino e le mie acque mi travolgeranno sempre più. Per fortuna che so nuotare bene…

Che sapore hanno?

Non ricordavo più
il sapore delle
mie lacrime

non ricordavo più
di saper
piangere

forse
volevo dimenticare
le lacrime
e i loro perché

piango per me
perché non so
farmi amare

piango per te
perché non ti ho
insegnato
a farlo

piango per noi
perché non
abbiamo più
un futuro

forse non
l’abbiamo
mai avuto

ma ci abbiamo
creduto
ci bastava per
sognare

ora anche tu
ricordi che
sapore hanno
le lacrime?

Un tempo per ogni lacrima

C’è stato un tempo
di lacrime non versate
la triste aridità
aveva affievolito la vita
la disillusa siccità
svuotato ogni goccia

c’è stato un tempo
di lacrime sfuggite che
hanno irrigato guance
dissetato labbra
confortato il cuore
colmato crepe

c’è stato un tempo
di lacrime amiche
mi hanno sentita
mi hanno capita
attraverso il loro canto
chiamato pianto

c’è stato un tempo
di lacrime raccolte
da mani intime
custodite nel respiro
sciolte dal battito
di ali angeliche

c’è stato un tempo
di lacrime svelate
occhi indiscreti
cuori distanti
hanno rubato
la loro essenza