Come i treni a vapore

Cerco di ricrearmi un posticino anche qui, come ho fatto in Karamoja.
Primo sorso di vino rosso. Buono. Il cielo, se non fosse per i fastidiosi lampioni e gli ingombranti cavi elettrici che paiono ragnatele arrabbiate, potrebbe ricordarmi quello di Iriiri. Quel cielo sospirato, a cui mi sono rivolta mille lune.
Secondo sorso. Caldo. La strada bela di pecore carenate. La radio narra. La musica è sempre quella. Nakoru è lontana, ma il suo cuore è sempre lo stesso, come la musica.
Terzo sorso. La Karamoja rivive in me, insieme all’eco strano di una canzone che urla che il dolore passerà, come i treni a vapore. Un dolore nostalgico che porta con sé un gusto di speranza, quella che non mi ha mai abbandonata, come la musica.
Il dolore passerà, come i treni a vapore. La musica e la speranza non passeranno mai, perchè so sognare e non voglio smettere di farlo.

Sogni confusi

In questa notte che notte non è, i miei sogni si confondono. Una nuova quotidianità da srotolare e la Karamoja che mi rincorre, si infila nei pensieri più profondi per portarmi ancora una volta là. Ma io ho sonno, voglio far finta di dormire ancora un po’, mentre tu, sole rosso, tra poco ti sveglierai. Allora manda il tuo più bel sorriso alle formichine che solleticano la tua pelle. Mi affido ai tuoi raggi che tante volte hanno svegliato anche me. Io, ora, spengo la luce.

Io e te, in Karamoja

La Karamoja bruciava, come il mio sangue, come le lacrime che scorrevano senza ritegno sulle guance, inumidendo il collo, solletticando prepotentemente la pelle più chiara.
La musica ci ha sempre reso complici. Quando troverai la musica troverai anche me. Sono stata bene con i tuoi silenzi, le parole dell’addio erano insanguinate, amare, bagnate.
Voglio ricordarci con la nostra voglia di stare insieme nella stessa stanza, assorti ognuno nei suoi interessi, con le note che parlano per noi. Sigaretta nella tua mano destra e penna nella mia mano sinistra.
Il vuoto che sento dentro di me si riempie delle cose che vengono divorate dalle valigie impietose.
Incapaci di manipolare le parole, strappate come foglie dal forte vento della stagione secca, incapaci di manipolare la vita, schiacciata dalle mani di un futuro che non ci appartiene, ci siamo affidati al profumo del frangipane che, con le sue cinque dita arrotondate dalla natura, ha ascoltato le nostre anime. Quel fiore smusserà la nostra vita, il suo profumo che sa di ricordo ci porterà l’essenza del nostro stare insieme.
Poi, quando vorremo lasciarlo diventare secco, sarà perfetto per segnare le pagine di una vita diversa.

Attimi notturni

Bevo la tisana seduta appena fuori dalla porticina della mia camera, come non facevo da tanto tempo. La tazza fumante tra le mani, lo sguardo si muove come per la prima e ultima volta sullo spettacolo notturno. Le braccia del frangipane, annodate sopra la mia testa, lasciano al cielo tutta l’ampiezza che si merita. Il vento poi mi porta la ninnananna di un mare non incontrato, ma che riconosco dal suono. Un mare calmo, forse un oceno, che giunge con i suoi profumi e i suoi suoni fino a questa terra stanca di camminare e di piangere. Piedi sporchi, visi rigati. Figli andati, persi, abbandonati.

Le lacrime mi prendono alla sprovvista

Ho trovato un pretesto qualunque, stamattina, per salutare Kapedo dal mio angolo preferito, su un rilievo dolce e calmo, dove tante volte ho meditato, pianto di nascosto, sporcato pagine con pazzi pensieri e impresso il paesaggio che si lascia ammirare da lassù. Mi rifugio lì per l’ultima volta, quasi di fretta perché c’é gente, pochi metri più in basso, che mi aspetta per iniziare il viaggio di ritorno.
Bruscamente, un’esplosione di emozioni mi soffoca, mi stordisce, mi disarma. Le lacrime mi prendono alla sprovvista, come se mi volessero spaventare. Inutile cercare di arginare il fiume, il panorama continua a togliermi il fiato e più questo si fa corto, più intensa é la discesa delle acque sulle mie guance. Ma devo andare, gli apicoltori hanno fretta di tornare a casa e io devo guidare per qualche ora e poi devo riuscire a levarmi dal cuore queste montagne, almeno per ora, almeno per riuscire a infilarmi gli occhiali da sole e tornare alla macchina singhiozzando ma ostentando serenità e nascondendo la passione dell’iride. Ci provo. Rivolgo le spalle alla sorgente dei miei singhiozzi. Sistemo a dovere, nervosamente, le scure lenti protettive e torno giù.
Cerco di sorridere. Un sorriso amaro come le lacrime che, imprigionate nelle ciglia bagnate, non destano preoccupazione ai viaggiatori.
Guido silenziosamente, stordendo i pensieri con la musica alta, talmente alta che chi sta in macchina con me mi guarda sospettoso, senza però azzardare a pronunciare parola alcuna. Guido con le palpebre appesantite dal riflesso del sole o dal sonno che non trovo nelle ore più consone o da quella distruzione dei primi argini del mio fiume tranquillo che ora, vedendo lo sbocco sul mare, comincia ad agitarsi.
Queste lacrime, in effetti, mi hanno spaventata. Perché questa é stata la prima crepa, la più superficiale. Tra poco, anzi pochissimo, il mare chiamato Italia sarà vicino e le mie acque mi travolgeranno sempre più. Per fortuna che so nuotare bene…

Il respiro della Karamoja (versione poesia)

Qualche tempo fa ho scritto “Il respiro della Karamoja” in versione prosa. Questa è la rivisitazione poetica…

Alchimie di esistenze
dipingono la mia tela

le mie foreste difendono
l’equilibrio del tessuto
i miei raggi baciano
visi che trasudano vita
la mia luna inganna
umori illusi di silenzio
la mia terra satura di sangue
sgozzato in sacrifici

la vita si svela nell’intuizione
di uno stagno figlio dell’ombra
l’amore trova rifugio
nella densità del silenzio
la morte danza
con il battito dei tempi
le mie rughe – radici-
solcano l’agata.

Così appaio a voi
visitatori erranti
ubriachi d’Africa.

In viaggio

Mi fermo. Pargheggio la macchina sul lato sinistro della strada. Mi siedo sul caldo cofano. Afferro con lo sguardo il cielo, non posso lasciarlo scorrere senza imprimerlo, non posso, farei un torto a me stessa e a questo spettacolo gratuito a cui ho la fortuna di assistere.
Un gregge di nuvole sfila verso oriente.
Scatto mentalmente una fotografia. Il diaframma lo tengo chiuso, per dare la profondità giusta. Profondità che penetra negli occhi, che si stringono attorno a un punto focale. La luce mette in risalto ogni sfumatura, ogni tono che sfila ostentando dolcezza.
Alle mie spalle lo stesso gregge di nuvole si fa ombroso. Piange. Piange lacrime che presto andranno a gonfiare fiumi già colmi, a bagnare campi già saturi, ma non riesce a trattenersi, si riversa con tutta la sua forza per generare nuova vita.
Il mio quaderno, ancora una volta, é testimone dell’immortalità della bellezza e della fugacità dell’attimo.