Le lacrime mi prendono alla sprovvista

Ho trovato un pretesto qualunque, stamattina, per salutare Kapedo dal mio angolo preferito, su un rilievo dolce e calmo, dove tante volte ho meditato, pianto di nascosto, sporcato pagine con pazzi pensieri e impresso il paesaggio che si lascia ammirare da lassù. Mi rifugio lì per l’ultima volta, quasi di fretta perché c’é gente, pochi metri più in basso, che mi aspetta per iniziare il viaggio di ritorno.
Bruscamente, un’esplosione di emozioni mi soffoca, mi stordisce, mi disarma. Le lacrime mi prendono alla sprovvista, come se mi volessero spaventare. Inutile cercare di arginare il fiume, il panorama continua a togliermi il fiato e più questo si fa corto, più intensa é la discesa delle acque sulle mie guance. Ma devo andare, gli apicoltori hanno fretta di tornare a casa e io devo guidare per qualche ora e poi devo riuscire a levarmi dal cuore queste montagne, almeno per ora, almeno per riuscire a infilarmi gli occhiali da sole e tornare alla macchina singhiozzando ma ostentando serenità e nascondendo la passione dell’iride. Ci provo. Rivolgo le spalle alla sorgente dei miei singhiozzi. Sistemo a dovere, nervosamente, le scure lenti protettive e torno giù.
Cerco di sorridere. Un sorriso amaro come le lacrime che, imprigionate nelle ciglia bagnate, non destano preoccupazione ai viaggiatori.
Guido silenziosamente, stordendo i pensieri con la musica alta, talmente alta che chi sta in macchina con me mi guarda sospettoso, senza però azzardare a pronunciare parola alcuna. Guido con le palpebre appesantite dal riflesso del sole o dal sonno che non trovo nelle ore più consone o da quella distruzione dei primi argini del mio fiume tranquillo che ora, vedendo lo sbocco sul mare, comincia ad agitarsi.
Queste lacrime, in effetti, mi hanno spaventata. Perché questa é stata la prima crepa, la più superficiale. Tra poco, anzi pochissimo, il mare chiamato Italia sarà vicino e le mie acque mi travolgeranno sempre più. Per fortuna che so nuotare bene…

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Kapedo: schegge (parte seconda)

I fiorellini che mi ricordano il Burundi. Fabio e Fausto che mi prendono in giro.

I bucatini, le melanzane, l’aperitivo al limone e waragi, il cavolo gigante, le uova fresche e il tentativo quotidiano di cucinare questi ingredienti in mille modi diversi per ingannare lo stomaco, facendogli credere che la nostra è una dieta bilanciata e soprattutto varia.

I Pà&ansia.

Io che cucino ballando Bob Marley.

Il set fotografico di fortuna installato nella capanna.

La stagione secca, iniziata dai fuochi lontani, tinteggiata di grigio dal fumo che si innalza da terra e di blu dal cielo terso.

Il falco suicida.

La birra locale bevuta con delle cannucce costituite da sottili e lunghi legnetti bucati nel centro e legati tra di loro.

L’isterica ilarità di chi varca per la prima volta i propri confini.

Il DSTv e con esso le partite di calcio, “La vita in diretta” e “Un posto al sole”.

Il mare, evocato dal vento che scuote i rami degli alberi.

Il cielo e le stelle.

Il vento caldo che, come dice la Cantatessa, annuncia il risveglio di tempi migliori.

La castrazione e il piercing al naso ai buoi. La preparazione del giogo.

“Anima fragile” di Vasco.

Il blog comunitario.

Gli animatori di Iriiri e Kapedo che lavorano insieme come un’unica équipe.

La dinamica ombra di Fausto accanto alla mia, mentre corriamo, in contrasto con la staticità della terra.

Il tipo che ci dice: “You are Eagleing your body”.

I nostri meeting.

Gli gnometti e gli elfi, bimbi spuntati improvvisamente dall’erba altissima, con i loro fagotti sulla testa, che ci chiedono un passaggio.

Il viaggio per Timu e il morbido paesaggio che si lascia accarezzare dai nostri sguardi.

Le turkana girl, i loro colli troppo lunghi e irrigiditi dalle collane che partono dalle spalle e arrivano fin sotto al mento, che pare vogliano soffocare il respiro con l’alchimia di colori che portano con esse.

Il torcicollo di Fabio che lo obbliga ad assumere una posizione innaturale, con la spalla che tenta di avvicinarsi all’orecchio anche quando non ce n’è bisogno.

Noi tre che intoniamo le canzoni degli 883, di Guccini, dei Nomadi, di Lou Reed e delle sigle dei cartoni animati.

Le mandrie che incontriamo per strada con i pastori, accompagnati da dettagli unici e caratteristici: la piuma sul cappellino, il bastone appoggiato alle spalle, gli orecchini e le collane, i colori vellutati del manto delle mucche, il rumore dei campanacci, gli zoccoli che battono la strada.

La birra più calda che abbia mai bevuto.

Le nuvole che si specchiano nelle colline lasciando una sagoma ombrata su di esse.

Il montaggio dei video per la serata del 20 dicembre: lo scambio di foto, le prove, le risa, il dover ricominciare da capo per un errrore riconosciuto solo dal computer, le cuffie nelle orecchie, cercare un filo conduttore che armonizzi le immagini con le note.

La canzone di Alessio “Ma si vene stasera”.

I puntini di sospensione e le frasi non finite.

Il serpente ucciso da Fausto con la scopa di Fabio.

La strada deserta. La prima macchina che incrociamo è dopo tre ore di viaggio.

La bombola del gas che, nonostante il mio impegno, non è finita.

I rilievi montuosi e le nuvole che si lasciano modellare dalla mia fantasia.

Le ricette di cucina dettate, passo dopo passo, per telefono.

L’abbraccio dei saluti, ci vediamo l’anno prossimo.

 

Senchiu guys, è bello crescere con voi due accanto…

Kapedo: schegge

Ricordi, sensazioni, scambi e tanto altro sulla settimana trascorsa a Kapedo…

Tulisker (il gatto), le compilation del Turelli, la scritta “BAR”, la mia stanzetta che puzza di vernice fresca, la Hilux che non parte, le birre in frigo e quelle (calde) bevute in paese con gli animatori, l’aperitivo alcolico al limone, la pizza e gli gnocchi, gli orizzonti frastagliati dalle montagne, il camminare nel mais più alto di me, le visite ai villaggi abbarbicati sulle montagne, i visi un po’ contratti dei loro abitanti che non capiscono cosa vogliamo da loro, i saluti fugaci dei bimbi che ci temono, le scarpe sporche e bagnate, le docce fredde anzi freddissime, le stufe, la colazione con dry tea e chapati, le soda bevute al nostro bar di fiducia, i funghi comprati per strada e la zucca regalatami da un contadino, i confronti (più o meno seri) con Fausto e Fabio, i messaggi della mia sorellina e quelli della Anna, Fabio che mi dice: “Hai parlato per ventisette kilometri…”, il paperotto e il ragno che fanno compagnia al gatto (chiamato, a seconda del momento, anche Calzino o Mici), i tramonti, le colazioni silenziose, il lavaggio dei piatti, la strada che ci divide dal centro, gli animatori, padre Longinos e le sue odiate capre che hanno belato per una notte intera, la torta/panettone preparata da Betty, i passaggi dati ai pedoni, le piantine da frutta, gli orti, i presidi delle scuole, Kaabong, i due spagnoli incontrati per caso in un ristorantino locale, i silenzi, le risa, il caldo, il freddo, le spine nel piede, le decorazioni sui visi e sulle braccia delle donne, Alice e i due lavoratori che mantengono il compound della sede, le strette porticine per accedere all’interno dei villaggi, le grigie nuvole pennellate nel cielo azzurro, il bimbo che mi ha tenuto la mano per dieci minuti, la canzone degli U2 “Elevation”, il paesaggio dalla collinetta vicino alla nostra casa, i tetti azzurri che macchiano il verde della vegetazione, la gestualità e la mimica dei karimojong, i chapati rolex avvolti in un foglio di quaderno a righe, la luna e le stelle, i jie, la scelta del film, il divano scomodo, il caffé e le tisane, le passeggiate, l’aria pura e pulita, i sorrisi, Flo, Bosco, Opio e gli altri che ho conosciuto di cui non ricordo il nome, Fausto davanti a un computer mentre escogita nuove formule per il file sulle piantine, Fabio che non finisce le frasi, internet che non va, la musica che ci fa compagnia…

Kapedo

Il mio piccolo mondo si è allargato ancora un pezzettino. Giorno dopo giorno i miei sguardi si estendono al di là dei confini politici, delle differenze etniche e morfologiche che contraddistinguono una persona piuttosto che un Paese.
Sono arrivata a Kapedo, un piccolo villaggio come tanti in Africa. Vicinissimo al confine col Kenya e il Sud-Sudan, sembra un’isola in mezzo a un mare formato da cespugli, erba e arbusti. Questo sinuoso mare, che a tratti appare agitato per la presenza di numerose colline che movimentano il paesaggio, si è lasciato solcare dalle nostre ruote.
Il team SVI, formato dalla sottoscritta, Fabio e Fausto, si è dato da fare per rendere abitabile e confortevole –nei limiti del possibile- un compound abbandonato che darà ospitalità a Fabio per i prossimi anni. Inizia così una nuova avventura, una nuova sfida per lo SVI e per tutti noi che ancora crediamo che si possa fare qualcosa per migliorare questo angolo di mondo, che crediamo nell’impegno personale e quotidiano per arricchirci di esperienze e di umanità, che amiamo vivere in posti dimenticati dalla cosiddetta “civiltà”.