Tempo (mi sento molto Francesco Guccini in “I fichi”)

Ripercorro i passi di sempre, ritrovo le persone di sempre, come fosse la prima volta.
Calma, ho ancora domani per piangere. Come se domani fosse un futuro prossimo.
Il tempo assume un tempo diverso, perché domani é il mio futuro.
Domani avrò il tempo di piangere, ma ora voglio sorridere.
Domani avrò il tempo di piangere, ora non é ancora tempo.

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Vale molto di più

Una stanza scarna, essenziale. Musica, birra e cuori pulsanti. La ricchezza la compriamo con i nostri sorrisi e la voglia di stare insieme. Natiche e capelli sciolti, seni e piedi che danzano. Ballo accanto a un ragazzo sordo. Lui segue il ritmo guardandomi, io ascolto la musica con il cuore, imparando da lui.
Pensavo non ci fosse nulla da festeggiare, pensavo che la mia tristezza la facesse da padrona.
Mi sbagliavo, perché il nostro esserci era motivo di gioia, la consapevolezza di aver trascorso tre anni qui vale molto di più di un arrivederci. Io faccio parte delle loro vite come loro della mia, questo vale molto di più della distanza. Mani che si stringono in segno di riconoscenza, pensieri che si rivolgono all’unisono in alto in segno di rispetto, questo vale molto di più del tempo che separa il nostro prossimo incontro.
Le montagne non si possono incontrare, ma gli esseri umani sì. Questa la massima del giorno, perché i karimojong hanno un aforisma per ogni occasione.
E li saluto così, condividendo un pranzo, un ballo, un tempo. Quello che ci ha reso partecipi di qualcosa di speciale.
Alakara nooi, guys. Vi terrò sempre nel mio cuore.
ciao franca-19

ciao franca-24
Ringrazio Fabio per le foto, grazie di cuore.

Ancora

Spio dalla mia finestra la mia ultima luna piena, sicura che ogni volta che si leverà sopra la mia testa, ovunque sarò, il mio cuore giungerà Iriiri, dove ho ammirato quella più bella.

Sale sopra le fronde degli alberi.

Annuso l’aria di luna, che sa di autunno e foglie secche appoggiate a terra come onde su una superficie troppo calma per ospitarle.

Ascolto la musica lunare, che porta il canto di grilli e voci di esseri umani, stonate rispetto alla perfezione del suo cerchio che racchiude il riflesso della stella più grande.

Bella questa luna piena, bello essere qui, ancora.

Ancora. Ancora.

Tra poco ve la lascio…

Tra poco toglo il disturbo, animali della casa.
Voi, scarafaggi, sarete liberi di girare nel mio bagno senza la paura di venire schiacciati da un piede sonnambulo.
Voi, topastri, sarete liberi di ballare nel sottotetto seguendo il vostro ritmo e non quello imposto dalla musica che aleggia in ogni stanza della casa.
Voi, formichine, potrete decorare con la terra tutti i muri senza che una mano distratta rovini quel ricamo imperfetto.
Voi, cagnacci, potrete passeggiare liberamente per Iriiri senza dovermi accompagnare, assecondando quell’istinto di protezione innato in voi, nelle mie passaggiate quotidiane mentre mi perdo nei miei labirintici pensieri.

Tra una settimana non vi darò più fastidio.
Ma voi, anche voi, mi mancherete.

Attimi notturni

Bevo la tisana seduta appena fuori dalla porticina della mia camera, come non facevo da tanto tempo. La tazza fumante tra le mani, lo sguardo si muove come per la prima e ultima volta sullo spettacolo notturno. Le braccia del frangipane, annodate sopra la mia testa, lasciano al cielo tutta l’ampiezza che si merita. Il vento poi mi porta la ninnananna di un mare non incontrato, ma che riconosco dal suono. Un mare calmo, forse un oceno, che giunge con i suoi profumi e i suoi suoni fino a questa terra stanca di camminare e di piangere. Piedi sporchi, visi rigati. Figli andati, persi, abbandonati.

Concerto

Piove forte, ancora. Questa stagione delle piogge vuole lasciare striature indelebili sulla lingua che disegna il manto stradale, infilarsi negli anfratti dei cortili, insidiare case, smussare angoli.
Il concerto, oggi, mi pare amplificato. L’epicentro, con la sua bacchetta da orchestrante, è qui vicino a me. I tromboni, arrabbiati, borbottano tra di loro in un dialogo veloce di botta e risposta che io non posso comprendere. Gli archi, disposti sopra la mia testa, cercano di moderare i toni con la loro eleganza, delicatezza, la stessa che l’archetto ostenta nel lusingare le corde. Il vento gioca con i suoni e fa giungere a me, profana della musica, solo le note che esso definisce degne di ascolto, disperdendo nella sua immensità quelli poco gradevoli.
Il cielo, monotona coreografia, sembra quasi inutile, se non fosse che da lì si sprigiona questa sfilata di note musicali. È la sostanza della presenza, ma con assenza di carattere, di colori, di varietà. O forse sono solo i miei occhi atei che non vedono ciò a cui non credono.

Al di là di tutto questo frastuono, riesco comunque a percepire il silenzio dentro di me.
Ancora una volta sorrido, meravigliata.

Una sera come un’altra…

Uno zio di Betty muore improvvisamente. Il cadavere giace lungo la strada, in attesa che qualcuno lo vada a recuperare per essere trasferito alla casa di origine. L’unica macchina disponibile a Iriiri è, a quanto pare, la nostra. Allora si parte.

Betty è seduta dietro, con altre persone che vengono con noi per aiutarla, mentre davanti, accanto a me, sale una bella signora col capo coperto, vestita bene, che si sorseggia una Fanta all’arancia. Mi sembra completamente fuori luogo, così lontana dalla realtà a cui stiamo andando incontro. Ancora più fuori luogo è l’odore troppo zuccherato di quella Fanta, che mi fa rivoltare lo stomaco.

In auto, durante il viaggio, nessuno fiata. Sembra che l’aria che respiriamo sia un dono prezioso, nessuno vuole sprecarne nemmeno un goccio.

Quando viene il momento di caricare la salma sul retro dell’auto, un senso di nausea si prende le mie interiora, con foga e cattiveria, come se la sacralità di quel momento non dovesse riguardarmi, come se volesse farmi sentire fuori luogo, come quella Fanta della signora velata.

I fari dell’auto mettono in risalto i contriti profili, la luce rossa dello stop crea una sorta di atmosfera che però non basta a nascondere la crudezza del fatto.

Ancora quel senso di nausea mi mette a dura prova quando, nel momento di partire, Betty mi dice che i piedi del cadavere escono dalla macchina, quindi non è stato possibile chiudere lo sportello. Bene, così dovrò andare pianissimo per non perdere il corpo irrigidito.

Il buio, poi, non aiuta, le migliaia di stelle sopra i nostri capi non riescono a sopperire la mancanza di una luce che illumini la strada. Allora strizzo gli occhi, come una miope, punto sfrontata gli abbaglianti e procedo a zig zag. I quindici chilometri più lunghi della mia vita, mi pareva di non arrivare più. Poi, non ricordo esattamente come, arriviamo. Tutti mi ringraziano sommessamente.

E io torno a casa con il mio senso di nausea, con il sentore di essere stata fuori luogo, ma cercando di pensare che il tempo accarezzerà gli scogli, fino a farli divenire sabbia. Cercando di pensare che domani sarà un altro giorno. Forse, migliore di questo.

Anche lì?

Anche lì il cielo,
quando si arrabbia,
si copre il capo
con un cilindro plumbeo-
sciogliendo nodi fangosi
con la forza di un perdono
che arrotonda gli spigoli della vita?

Anche lì il cielo,
quando sorride,
indossa i colori
del vessillo somalo-
rivestendo anime pulsanti
con la forza di un perdono
che sorride, accoglie e rispetta?