Colazione da Tiffany (tratto da)

Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa.

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La gabbia di June (quarta e ultima parte)

Si guarda indietro, ora che sta bene. Torna istintivamente sui passi già percorsi, verso la gabbia, e scorge una figura. È lui. Ora riesce a vederlo, a toccarlo, a sentirlo. Prima non ci riusciva. Era troppo concentrata su se stessa per accorgersi della sua presenza. Lui è sempre stato con June in quella prigione, ma lei non se ne era mai accorta. Vedendolo, corre verso quella che ora è la sua cella, solo ed esclusivamente sua. Lui allunga il braccio per prenderle la mano. Se la lascia toccare, June, è così bello poterlo sfiorare. Lui le chiede di tornare. Gli risponde, a malincuore, no. Non è un no deciso, che viene dal ventre. È un no sussurrato, poco convincente, ma sufficiente per fargli capire che l’occasione è persa.

Lui sorride. June sa che non uscirà da lì, non ora almeno. La desidera, con quel suo sorriso a cui lei fa fatica a resistere, e lui lo sa. Ma June riesce a pensare a se stessa e, voltandogli le spalle, se ne va. June ricorda ancora bene cosa si prova a stare dentro quella gabbia, non l’ha dimenticato. E sa che lui potrebbe starci una vita intera, perché ha già sofferto abbastanza e la paura di cadere di nuovo e di non riuscire ad alzarsi lo costringono a cercare protezione.

Si perderanno, i due. Le rispettive decisioni li condurranno lontani l’uno dall’altra. Non potranno più condividere nemmeno quella cella che per un periodo li ha, incomprensibilmente, tenuti uniti. Non ci sarà più neppure quella.

La gabbia di June (parte terza)

Il fiore di loto di June, chiuso nei jeans stretti e segregato dalle paure, si schiude, si apre. Fiorisce. Forse doveva soffrire ancora per capire che la gabbia non era il posto giusto per rinascere, per rendersi conto che quello che sentiva non era vero, ma frutto di una strana fantasia. Forse aveva solo bisogno di trovare più forza e coraggio per fare quel passo, così impegnativo, verso una nuova vita. June è riuscita a farlo. Si è alzata, guidando il corpo con una determinazione nuova, con l’orgoglio dipinto sul viso. Non aveva mai notato quanto limitante potesse essere osservare la metropoli a strisce, le mancava sempre un pezzo. Non riusciva a mettere insieme le fotografie di quel mondo sezionato dalle sbarre.

Non ricordava più quanto bella, seppur pericolosa, fosse la libertà. Si sente sono tiro, vulnerabile ed esposta alle intemperie. Non c’è più niente che la possa proteggere. Il vento potrebbe farle cambiare idea. Un soffio potrebbe farla cadere come fosse una carta da gioco. Ora tutto dipende da lei. Deve ricominciare a camminare, dopo mesi di prigionia nei quali i muscoli si sono afflosciati come palloncini gonfiati male. Deve ricominciare a vivere. Tutto appare così difficile… Ma c’è un profumo, il profumo del suo fiore appena sbocciato, che porta al cuore una rinnovata fragranza.

La gabbia di June (parte seconda)

Una forza trattiene June all’interno della sua prigione. I nervi del collo affiorano dallo sforzo, i polsi dolgono perchè legati da un nastro invisibile ma saldo. La testa si protrae in avanti. Ma June non si muove. È lì, tesa come una vela gonfia durante una tempesta, ma incapace di avanzare. Scorrono lacrime di rassegnazione sul suo viso. Vede la libertà a pochi metri da lei. È palpabile, tangibile. Intorno a lei, un amore sconosciuto, difficile da percepire e da vivere. La rassegnazione lascia spazio alla consapevolezza di non potersi muovere. Accetta la sua staticità per seguire un cuore incomprensibile. Si chiude a riccio, June, con le spigolose ginocchia che le coprono il viso rigato. Uno scatto improvviso del cranio, un riflesso, le fa alzare lo sguardo. Improvvisamente si accorge che c’è ancora uno spiraglio aperto. Da lì una debole luce continua a penetrare. Non vuole vederlo, quello spiraglio, però ora sa che c’è.

La gabbia di June (parte prima)

Si trova in una grande metropoli, satura di smog, caos, auto, moto, persone che non si guardano, non si parlano, non si conoscono. Si incrociano tutti i giorni, percorrono da sempre gli stessi tragitti, siedono fianco a fianco sugli stessi autobus da una vita ma ogni giorno si ignorano, evitandosi. In centro a questa metropoli, grigia come i cuori dei suoi abitanti, c’è una gabbia fredda e spessa. Imprigionata come una principessa delle fiabe, c’è lei. Non sta bene lì ma si sente protetta. Si sente vicina a una fonte di amore, anche se non la vede. Questa fonte l’attira a sé come una calamita con un chiodo. La calamita è il fuoco che arde dentro l’anima di questo chiodo. June… rigida come il ferro, tagliente come una punta affilata . Ha paura di tutto, June. Di se stessa, degli altri, degli errori, del passato e del futuro. Nella gabbia, quindi, si sente sicura, si sente protetta. Ma una gabbia è una prigione.

Non voglio ridurmi a vivere in una cella per amore… e poi, per amore di cosa? Di chi? Non divido con nessuno questa piccola e angusta dimora.

Decide quindi di provare ad andarsene, June. Chiede a tre persone speciali di accorrere in suo aiuto. Loro arrivano subito, è da tempo che la vedono soffrire chiusa là dentro e attendevano una sua decisione. Non le fanno mancare né il loro appoggio né la loro presenza. Si prodigano per aprire la porticina e la spalancano davanti a lei. Felici, speranzosi, l’attendono all’uscita di quella che negli ultimi mesi è stata la sua casa, il suo rifugio.

Nel realizzare la fine della sua prigionia, una densa nube di dubbi copre come una coltre la testa di June.

Cosa troverò fuori di qui? Perché devo lasciare questo posto, nel quale mi sento stretta ma protetta? Perché dovrei mollare la mia fonte d’amore?

I tre soccorritori la incitano ad uscire.

No, non riesco. Non posso. Non ne ho la forza.