Senza titolo -parte III- (continuazione)

Suor Clelia, una suora Marista che vive in Burundi da quasi quarant’anni, si occupa di loro. Ha creato un centro di recupero che cerca di dare una nuova speranza a queste anime senz’ombra, di restituire un sorriso a queste bocche incrostate di durezza.
Profili asciutti, tonici, sagomati dal freddo delle notti trascorse vagabondando tra una dimora e l’altra. Volti definiti che ostentano sicurezza, celando nell’oscurità dell’iride, timore e solitudine.
-Pascal e Nicodemo,- ci racconta suor Clelia, -fratelli inseparabili, sono scappati di casa nel momento in cui la loro mamma ha portato in famiglia l’ennesimo uomo. Dev’essere stato difficile per loro vedere il padre soppiantato subito dopo la sua morte da vari personaggi che non vogliono saperne di accogliere i figli nati dalla precedente relazione. Hanno sei anni uno e otto l’altro. Si sono rifugiati al mercato. Poi Nicodemo si è ammalato, ha avuto un forte attacco di malaria e, in fin di vita, è stato portato qui al nostro centro dagli altri ragazzi che hanno avuto pietà di lui. Noi l’abbiamo curato, naturalmente, e gli abbiamo chiesto se avresse voluto provare a vivere nel nostro centro. Lui ha accettato a una condizione: che accettassimo anche il fratello. E così è stato! Li abbiamo presi con noi entrambi e da allora, è passato un anno circa, non abbiamo mai avuto problemi.
-E Methode, invece, che ha un viso così duro, da dove viene, qual è la sua storia?- domando io curiosa.
-Methode ha subito violenze di ogni genere da un patrigno come purtroppo ce ne sono molti. Ma suo padre non è morto, se n’è andato con un’altra donna. Sua madre, per sbarcare il lunario, ha cercato un’altra persona che potesse aiutarla, non pensando però alle conseguenze che questa scelta, dettata più dalla necessità che dall’amore. Il nuovo compagno della mamma di Methode, infatti, oltre che violentare le figlie e la moglie, ha sempre maltrattato lui e i suoi fratelli. Methode, però, è stato l’unico ad avere il coraggio di andarsene e di provare a farsi aiutare. È venuto da noi, che abbiamo denunciato il padre e stiamo cercando di aiutare la madre.
-E di bambine,- domando io, -non ci sono mai bambine che lasciano la casa, che scelgono la strada, il mercato, piuttosto che subire delle violenze? Io non ne ho mai viste.
-Infatti, alle bimbe non è concesso andarsene. Loro servono a casa, come manodopera. Per sbrigare le faccende domestiche, per crescere i fratelli più piccoli, per aiutare nei campi. Le femmine, inoltre, sono molto più ubbidienti e malleabili, e, non dimentichiamocelo, quando si sposeranno, faranno guadagnare alla famiglia la dote.
-Sono troppo preziose, quindi. Non hanno scelta, loro.

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Senza titolo -parte III-

Fuori piove, è arrivata la stagione delle piogge. Il temporale crea un’interruzione di corrente elettrica in casa, ma non importa. Abbiamo acceso il fuoco nel camino, siamo sdraiati su questo divano scomodo che ci conforta come può, e noi ci facciamo coccolare. La forza del vento e dell’acqua, che frustano il tetto di eternit, viene amplificata in intensità e potenza dall’eco che aleggia nella stanza. In questi momenti di solitudine e di isolamento, si impara ad apprezzare il conforto di un tetto, del calore umano, dell’istante, che va assaporato con il cuore e osservato con le emozioni. In questi momenti penso a tutti i bambini di strada che popolano le città burundesi. Bambini lasciati dai genitori, abbandonati a se stessi o scappati di casa per le violenze e i maltrattamenti subiti da patrigni che non li vogliono o fratelli più grandi che si divertono mortificandoli, restituendo un torto subito o per espiare una colpa passata. Ripenso a quei visi duri che hanno perso qualsiasi traccia di innocenza e di felicità che bambini di dieci anni dovrebbero ancora avere. La lotta per la sopravvivenza li ha cambiati, per sempre. Per strada vince solo il più forte, non c’è spazio per i deboli, per i più piccoli o per i frignoni. La strada ti accoglie, ma le regole per rimanere aggrappato al gruppo sono dure e, a volte, non lasciano scampo.

(continua…)

Kiremba un anno dopo

Ero a Mivo con Susy e Sandro. Era sera, non ricordo l’ora. Stavamo chiacchierando e ridendo, come sempre.
Arriva la chiamata di Stefano.
“Ciao Sedio!” rispondo io.
“Francy, è successo un casino a Kiremba.” Risponde lui, senza tanti convenevoli.
A Kiremba ci sono i nostri amici. Ci sono Silvia, Berchimas, Lorenzo, Michela, don Michele, le suore, Francesco, Adelard e tutti gli altri.
Cerco di mettermi in comunicazione con Silvia. Il mio cuore pulsa nella gola, sembra voglia uscire e dare sfogo alle palpitazioni troppo accelerate. Silvia mi risponde con una voce che sembra quella di qualcun altro. In pochi secondi la nostra conversazione si esaurisce. Io non so cosa dire. Lei ha paura che la sentano.
Il silenzio cala. Tra me e Silvia. Tra me e Stefano. Tra me, Susy e Sandro.
Non ci sono parole per spiegare ciò che è successo. Né allora, né adesso, a un anno dall’accaduto.
Non trovo un motivo che possa spiegare così tanta violenza. Francesco e suor Lucrezia sono stati ammazzati. Suor Carla è sopravvissuta per miracolo. Perché? Non lo so. Non si sa.
Sono tornata due volte in Burundi quest’anno, dopo averlo salutato a dicembre dell’anno scorso, ma non sono riuscita ad andare a Kiremba. Sarebbe troppo difficile vedere le case vuote, non scorgere tra i banani Ilaria e Fabiana che giocano con le bolas o le palline, o Silvia che corre di qua e di là cercando di organizzare una festa con duecento invitati che inizierà a breve, o non incontrare Suor Carla che ti chiama per farti vedere, con il suo immancabile entusiasmo, la casa nuova delle suore, o non poter farmi invitare da don Michele per un buon caffè. Non sarei riuscita a tornare in quello che per me è un posto speciale, perché mi ha visto nascere, mi ha accolta durante le nostre nottate mondane, mi ha dato un letto, un posto e tanti, tanti, tanti buonissimi amici ai quali sono ancora legata. Kiremba, per me, è e resterà sempre un piccolo angolo di mondo nel quale ho trovato un rifugio, proprio come una culla, la culla che mi ha scaldata quando sono nata. Voglio ricordarla così. E non per sminuire la gravità di ciò che è successo o per rimuoverlo dalla memoria, ma per ricordarmi che oltre la violenza c’è stato tanto amore.

Cosa rimane dopo un arrivederci?

L’ennesimo saluto. Ancora una volta mi sono ritrovata davanti i poliziotti aeroportuali e le barriere architettoniche che non mi hanno permesso di staccarmi dolcemente da chi stavo salutando. Uno strappo deciso. Poi, dopo l’abbraccio, un calore dentro che si scioglie ed ecco apparire le lacrime. E’ un pianto liberatorio? Forse. E’ un pianto che riassume silenziosamente gli ultimi mesi della mia vita. Di questa vita che mi mette davanti a molti stappi di questo tipo. Fratture invisibili perchè interiori. E a volte mi chiedo se vale la pena tanta sofferenza. Cosa rimane, davvero, dopo un arrivederci? Rimane la consapevolezza che se non fossi partita non sarei quella che sono. Non avrei le idee che ho. Non avrei l’esperienza colta giorno per giorno. Non avrei la forza che mi sento. Non ti avrei conosciuto. E allora mi rispondo che sì, ne è valsa la pena. E’ valsa la pena averti lasciato proprio adesso, quando ti avevo appena trovato. E allora non mi resta che ringraziarti. Per le tue sbadataggini che mi hanno fatto sentire a mio agio. Per le parole di incoraggiamento e di stima. Per le serate e gli aperitivi trascorsi a parlare di mani e piedi. Di avermi ascoltato e di esserti fatto ascoltare. Di aver avuto fiducia in me e per esserti fidato di me. Per esserti confidato e per avermi fatto confidare. Per essermi amico e lasciarmi essere tua amica. Per i sogni di cui abbiamo parlato. Per le speranze, i dolori, gli sbagli, le storie di cui abbiamo parlato e per ciò che, spero, parleremo ancora. Per i film e i libri che mi hai dato. Per le Tusker fredde condivise con un sorriso stampato sul viso. Grazie perchè, inconsapevolmente, mi hai aperto un mondo nuovo. Non solo il tuo, ma anche quello delle persone che, come te, non ostentano il loro valore, il loro spessore, la loro forza interiore, il loro amore per la vita. Una mia zia mi ha detto che devo lasciare aperto il cuore a chi vuole entrare. Da oggi sarà più facile. Grazie. E arrivederci. A presto, spero.

Il giorno dopo

La pioggia di stamattina sembrava volesse portar via con sé ogni triste ricordo legato alla vicenda di domenica sera che ha sconvolto tutti noi. Sembrava volesse cancellare i misfatti, la violenza, la crudeltà degli avvenimenti che ci hanno così duramente segnato. Chi ha parlato con suor Carla, però, testimonia che il suo ricordo è ancora intatto. Che quei momenti di terrore stanno ancora vivendo in lei. Che la paura provata non vuole ancora lasciarla in pace. Il suo pensiero va a Francesco, rapito con lei e morto per mano dei banditi che lo hanno ammazzato davanti ai suoi occhi. Si perseguita, mischiando le parole alle lacrime e ai singhiozzi: “Perché non hanno ucciso me?” Suor Antonietta, consorella delle due malcapitate, non si capacita: “Mi ero offerta io al posto di Francesco ma hanno rifiutato. Perché?” Tutte domande che non troveranno mai una risposta. Domani le salme, con i rispettivi accompagnatori (Lucilla, moglie di Francesco, suor Carla e suor Antonietta, consorelle di suor Lucrezia), rientreranno in Italia per essere onorate. Morti in una terra rossa come il sangue che lo bagna da anni, morti in una terra straniera, senza colpe se non di avere una pelle che dà ancora troppo nell’occhio, che dà ancora fastidio, che richiama un passato ingombrante che non si vuole superare. La pioggia, forte e superba, non potrà mai cancellare ciò che è successo. Non potrà farci dimenticare. Non potrà cambiare nulla. Potrà solo tentare di sbiadire, col tempo, l’angoscia che ora inevitabilmente tutti noi ci portiamo dentro. È dura restare qui. La tentazione di mollare tutto è forte. A volte mi chiedo se ne valga la pena. Ogni giorno rischiamo per aiutare persone che quasi non conosciamo. Ogni giorno cerchiamo di sforzarci di farci apprezzare per ciò che abbiamo dentro e non per ciò che rappresentiamo – soldi, ricchezza, benessere-, ogni giorno usciamo di casa cercando di sorridere anche quando non troviamo il senso di farlo. Ma mollare non servirebbe a nulla. Fuggire non mi darebbe pace. Il mio posto è ancora qui. So che apprezzeranno la decisione di non lasciare. Apprezzeranno la serenità con la quale sto cercando di portare avanti questa mia avventura burundese. Apprezzeranno il fatto di non lasciarli soli a se stessi, come è già successo molte volte nella storia di questo paese. Apprezzeranno sapere che sento che questa è la mia casa. E che sono qui perché credo in ciò che faccio, come lo credevano suor Lucrezia e Francesco. Buon rientro, allora. A loro e a tutti quelli che non si sono mai sentiti accolti fino in fondo dai burundesi, a coloro che cercano un rifugio lontano da qui. A coloro che hanno perso la speranza di un futuro migliore per Kiremba e per il Burundi. Io cerco di crederci ancora. Io voglio crederci ancora. Resto qui anche per voi, che come me avete creduto e spero crederete ancora in un mondo diverso, più equo, più giusto, più solidale.

Non doveva finir così

“Che disastro…” Sono queste le parole di un medico di Kiremba che ha assistito a una parte del massacro che è avvenuto stanotte nella piccola città a nord del Burundi, nella provincia di Ngozi. Nel conflitto a fuoco hanno perso la vita madre Lukrecija Mamic, delle Ancelle della Carità, in Burundi dal 2002, e Francesco Bazzani, volontario per l’Ascom (l’Associazione per la cooperazione missionaria) di Legnago, arrivato in Burundi due anni fa circa. La terza vittima, sopravvissuta quasi per miracolo alla ferocia dei due banditi, è suor Carla Brianza, consorella della deceduta. La dinamica dello scontro è abbastanza chiara, mentre meno chiare sono le motivazioni che l’hanno scatenato. Ogni persona con cui ho parlato, a cui ho chiesto, a cui mi sono rivolta per avere delle spiegazioni non ha fatto altro che aumentare il caos che avevo in testa. Qualcuno parla di ribelli, arrivati ad ammazzare brutalmente due bianchi affinché la loro rivolta venga ascoltata. È risaputo, infatti, che in Burundi molti avvenimenti che hanno scosso la capitale, Bujumbura, così come l’entroterra, non sono mai stati ritenuti importanti dal Presidente, Pierre Nkurunziza, o dagli altri membri del governo. Bombe lanciate in alcuni bar di Bujumbura, ammazzatine sparse in tutto il paese sono sempre state denunciate come banditismo, mentre la gente che vive qui ha sempre saputo che erano opera dei ribelli che lanciavano un messaggio mai arrivato, però, a destinazione. Altre persone dicono che si è trattata di una rapina finita male. Altri ancora dicono che suor Carla e Francesco erano nel mirino fin dall’inizio del conflitto perché avrebbero licenziato un operaio che ha reagito a modo suo, vendicandosi col sangue. Io non so darmi una spiegazione. Non ho ancora capito molto di questo Paese, nonostante i quattro anni passati a cercare di trovare una logica, un senso, un perché. Ma come mi è stato saggiamente consigliato da un volontario prima della mia partenza: “non chiederti mai il perché”. E forse è vero, forse è inutile cercare di dare una spiegazione a qualcosa che non si potrà mai capire, forse bisogna solo accettare gli avvenimenti e reagire a essi. Forse… Sarà, ma non doveva finire così. Non doveva finire in questo modo. Ora la maggior parte dei nostri amici sono in viaggio verso l’Italia, un viaggio che probabilmente non avrà un ritorno, un viaggio verso una salvezza fisica che compensi l’insicurezza che si portano dentro, un viaggio verso la propria casa, il proprio Paese. Ma chi non può andarsene? Chi una casa la possiede qui? Chi ha la propria famiglia in Burundi? Chi resta qui? A Kiremba l’ospedale andrà avanti, così come la vita dei suoi abitanti. Ma qualcosa, da oggi, è cambiato. In ospedale non ci saranno più gli specializzandi che danno l’anima per salvare i loro malati, non ci saranno più ortopedici che insegneranno le nuove tecniche ai medici locali. Kiremba tornerà a essere quella che era quarant’anni fa, quando i primi bianchi cominciavano a fare i primi passi in un Paese sconosciuto. Kiremba non sarà più un punto di riferimento per chi, come noi, scappava dalla quotidianità per passare un weekend con gli amici. Non sarà più, almeno per me, il ricordo di una nascita che mi ha legato per sempre all’Africa. È stato davvero un disastro.

Sospesa a mezz’aria

È un momento strano per me. Sento di aver bisogno di scrivere ma le frasi si sovrappongono, mi tolgono il fiato e non vogliono farmi spiccare il volo. Mi sento sospesa. Sospesa tra due mondi, due realtà, tra il quotidiano e l’immediato futuro. Tra il lavoro e la famiglia. Tra gli amici burundesi e quelli italiani. Mancano due settimane al mio rientro e quando ci penso il mio corpo si divide. La parte superiore tende al cielo, ai sogni, al futuro. La mente mi spinge verso l’Italia, verso mio marito, verso la mia famiglia, verso gli amici che non rivedo da molti anni. La parte inferiore, al contrario, vuole rimanere aggrappata a questa terra. I piedi mi trattengono con forza. Questo suolo burundese che mi ha visto crescere, durante questi quattro anni, che mi ha visto cadere e rialzarmi, sorridere e piangere, camminare decisa, altre volte sconfortata, altre volte delusa, altre volte gioiosa, vuole ancora essere calpestato da me. Vuole ancora vedermi saltare da una riva all’altra del canale, vuole sentire ancora il mio peso sulla sua superficie. Vuole ancora darmi la sensazione di libertà che ho sempre provato passeggiando per le sue colline. Il Burundi è stata la mia casa, il mio rifugio, il mio mondo. Da sogno è divenuto realtà. E questa realtà è difficile da lasciare. Avevo ventotto anni quando sono arrivata qui col mio carico di ottimismo e voglia di imparare. Il bilancio? Difficile a dirsi. Se guardo indietro scorgo i vari passaggi che mi hanno fatto conoscere questo posto, le fasi che hanno definito il mio coinvolgimento nel progetto e nel Paese. Rivedo le persone, e sono tante, che ho incontrato sul cammino. Ricordo le (dis)avventure, i viaggi, gli imprevisti, le difficoltà. Riprovo le stesse sensazioni che avevo sentito nel vivere quelle esperienze. Ma la vita mi chiama nuovamente a cambiare. L’Italia prima e l’Uganda poi. E, nuovamente, mi ritrovo a pormi le stesse domande di quattro anni fa. Come sarà? Cosa cambierà in me? Sarò all’altezza? Mi troverò bene? Inutile dire che non so rispondermi. Ma a differenza di quattro anni fa posso contare su un buon allenamento all’Africa e ai suoi abitanti. Ho un’esperienza vissuta intensamente che mi ha fatto entrare, seppur superficialmente, in questo affascinante mondo nero che, a modo suo, mi ha accolto. Sono più sicura di me e delle mie capacità. So che posso stare lontana dall’Italia senza troppe difficoltà. So che le persone care continueranno a seguirmi, ovunque e per sempre. È un conforto saperlo. Posso quindi (forse) definirmi pronta per la prossima avventura, anche se prima voglio godermi le ultime due settimane burundesi, la parentesi italiana di meritato riposo e poi… una nuova vita in Uganda.