African wisdom

“This moment is the moment we have, and it will never be like that again.”

“We only have three days in our life: yesterday, today and tomorrow.”

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Domani

Domani il mio viaggio alla scoperta dell’Africa si interrompe, per un po’. Quello alla ricerca di me stessa, invece, non si fermerà mai perché il mio mosaico non é ancora terminato, né mai terminerà.
Tornerò presto con i miei racconti perché il formicolio alle mani mi infastidisce ancora e scrivere, raccontarmi e raccontarvi sono le uniche cose che me lo fanno passare.
Mi attendono momenti importanti e frenetici, visi e cuori già sfiorati, città e mondi da scoprire. Annoterò tutto, respirerò a pieni polmoni, vibrerò dal profondo per assaporare la mia nuova vita con un nuovo cuore, nuovi occhi. E con la mia nuova essenza, quella che l’Africa e i suoi personaggi mi hanno aiutato a far nascere, conoscere e amare.
A presto allora. Vi saluto con la mia canzone preferita, tenuta in serbo come una preziosa bottiglia di buon vino rosso per l’occasione…

La verità é

La verità é che non so come sto. Non hanno ancora inventato le parole adatte per descrivere ciò che sento, o, più semplicemente, non le conosco.
Non é una questione di giorni, non é che un giorno sono allegra e un altro sono triste. É questione di attimi. Sono una barchetta fatta con il guscio di una noce e un foglio di carta che naviga verso le cascate, sono in bilico sui precipizi formati dalle crepe del cuore, sono uno schermo colpito da un raggio di coscienza che riempie gli occhi di polvere, sono una ballerina di pezza nelle mani di un mangiafuoco imprevedibile.
La verità é che mi sorprendono le lacrime così come i sorrisi che nascono spontaneamente sul mio viso, senza preavviso. Non riesco a prevedermi, non riesco a sentirmi. L’emozione affiora subito in superficie, non sono in grado di trattenerla in nessun modo. Si può stringere dell’acqua tra le mani? Si può fermare il vento? Che sapore ha il fuoco? Che gusto ha una pietra? Che giorno é oggi?
La verità é che il pensiero di mia sorella mi fa sorridere e quel sorriso mi ricorda la voglia che ho di infilarmi sotto le coperte con lei. La verità é che il tondo viso di Moses che mi guarda interrogandomi silenziosamente mi fa venire da piangere, perché quelle lacrime sanno di un lungo arrivederci.
La verità é che non so come sto, ma vivo. Vivo questo momento denso. Vivo pensando al miracolo di essere sopravvissuta a sette anni di Africa, vivo sognando la mia futura vita in Italia. Sorrido piangendo, senza combattere o sopprimere nessuna emozione, perché le ucciderei, mentre voglio che trovino eco nelle mie vene, anche se mi confondono e mi stordiscono, anche se mi lasciano senza forze e senza sonno. Vivo l’attimo, allegro o triste che sia. Altro non so fare. O forse, più semplicemente, lascio che l’effimera quotidianità africana mi ricordi l’importanza del vivere nel presente, come se non ci fosse futuro e il passato fosse, semplicemente, un ricordo da tenere stretto al cuore.

Ci penso

Penso spesso a cosa farò una volta tornata in Italia, manca poco ormai. Quando succede, mi assento da questo mondo e divento un miscuglio di sentimenti, un turbine di emozioni. Mi sento una lavatrice con l’oblò aperto durante la centrifuga. Ogni tanto sputo fuori qualcosa. Un ricordo, una lacrima, un sorriso, una speranza.
Vorrei godere la giornata come l’Africa mi ha insegnato a fare, vorrei vivere di attimi come le eterne poesie, vorrei vivere di sorrisi come voi mi chiedete, vorrei udire il silenzio dei sordi e scorgere la luce dei ciechi.

Un vetro appannato, la luna piena e la mia mano che ricama una cornice attorno a essa.

Esserci

Una mano tira l’altra
aiuto chi vuole essere
aiutato
tu aiuti chi vuole
conoscersi

il mio viso incoronato
da lacrime
il tuo viso decorato
da perle

apparteniamo a
due mondi diversi
ma camminiamo
sulla stessa strada
io sono la tua ombra

la terra rossa
ha sporcato le nostre mani
ha colorato i nostri occhi
ha sorretto i nostri passi

il ritmo della Madre Terra
batte sulle nostre vite
giunte come mani
che abbracciano
il mondo intero.

Noi sospesi

Ricordate i “Ritratti” che hanno fotografato alcuni personaggi che riempiono la mia vita? I primi riguardavano la parte di me che è rimasta in Italia, i secondi ritraevano uno scorcio del mio mondo africano…

In mezzo a questi due universi, sospesi come palloncini, ci siamo noi. Apparteniamo a un mondo ma viviamo in un altro. Difficile districarsi, ma ci proviamo. Ogni singolo giorno. Siamo i volontari dello SVI (Servizio Volontario Internazionale). Non siamo gli unici a fare questa vita, ma io voglio limitarmi a scattare questa fotografia solo ad alcuni di noi.

Lorot è un fiume in piena. A volte è talmente gonfio che occorre arginarlo. Altre volte, non c’è che da lasciarlo esplodere nella sua forza e possenza, buttarcisi dentro e lasciarsi trasportare. Le sue onde viaggiano a velocità differenti, a seconda della musica che le guidano. Si passa dalla tecno ritmata e dolorosa alle dolci note che riescono a dargli la serenità per assaporare ciò che si trova sulle sue rive. Anche il suo colore cambia, spesso. La limpidità degli occhi viene ombrata dal turbinio che agita il fondo dell’anima. L’azzurro della superficie, durante i giorni assolati e caldi, riflette ricami dorati e sorridenti.

Lokut è una freccia. Spesso la si vede vibrare nell’aria senza direzione alcuna. Ma è un’illusione. È una freccia che sa dove colpire, sempre. Dritto al cuore. È una freccia che castiga la mano che l’ha scagliata, punendola dolorosamente. È una freccia che sa dare pace, una volta rimossa, ma che tormenta lo spirito quando si conficca con decisione. Non lascia tregua né scampo. La sua punta, affilata come parole taglienti, precede l’esile corpo, che la segue svogliatamente. Il riflesso di un raggio di sole amplifica l’intensità del suo sguardo, sensibile e timoroso. Quando ti sfiora, un brivido percorre la schiena. Il sibilo, portato dal vento, porta con sé tutta la forza impressa dalla corda. Il bersaglio viene colpito prima che te ne possa accorgere.

Mutama è una mano. Chiusa come un pungo, impenetrabile. Un guscio per proteggere le emozioni. Una fortezza dentro la quale nascondersi prudentemente.
Ho avuto la fortuna di vederlo schiudersi, quel pugno, come un fiore che sboccia. Si è aperto cautamente rilasciando gocce di rugiada dense di ricordi, di errori, di perchè senza risposte. Ho cercato di raccogliere quelle gocce, quando ne ho avuta la possibilità. La mano, in quel momento, si è aperta ancora di più. Mi ha fatto vedere le sue linee, le sue vene, così gelosamente nascoste tra le rabbiose unghie. Ho scorto qualcosa di puro e unico, ma la paura non mi ha lasciato tempo di assistere ulteriormente a quel miracolo. Il pugno ha avuto la meglio. Si è richiuso lasciando anche me, sola, con le gocce di rugiada che appartengono a qualcun altro.

Rukundo è una stella. Una stella che non si ricorda più come splendere. La sua luce è offuscata dal dolore. Un dolore profondo, che attenua il sorriso e non le permette più di orientare i sogni. Né i suoi né quelli delle persone che, smarrite, ad essa si rivolgono. Io l’ho vista quella stella luminosa. È semplicemente nascosta dietro nere nuvole. Il temporale passerà. E lei tornerà a essere quel meraviglioso punto luce nel manto vellutato. Tornerà ad essere la stella che, vestita da lucciola, mi si avvicina quando cerco conforto e mi ricorda che non sono sola. Mai. Perchè lei è lì che mi guarda.

E poi ci sono io. Difficile descrivermi. Vorrei che gli altri lo facessero per me. Lascio a voi il compito di colorare queste righe, così come avete colorato me quando vi ho incontrato sulla mia strada…