Oreste

L’ho riconosciuto da lontano, non so come. La schiena curva sotto un pesante cappotto anziano e l’ombrello chiuso, pronto per servirlo fedelmente contro la martellante pioggia, mi sono bastati per sentire che era lui.
Il tempo, per Oreste, come per le tante persone che vivono senza contare l’età, non è passato. Aveva lo stesso volto preoccupato anche quando eravamo bambini e i miei pensieri -ma non i suoi- rincorrevano bambole e giochi. Lui viveva già senza fretta, badando a genitori con rughe da nonni, facendosi aiutare da sconosciuti accettati come fratelli.
Ha la pressione alta, Oreste, lo grida nella sala d’attesa della stazione, mettendo tutti quanti al corrente del fatto che ha finito le pastiglie per tenerla bassa.
Quando il treno dondolante si affaccia alla piccola porticina scalcinata, Oreste si avvia con la sua andatura tentennante e insicura, quasi buffa, inconfondibile. Non ha cambiato nemmeno quella. E, forse, appena riuscirà a comprare le pastiglie per la pressione, anche quella tornerà nella quotidianità senza tempo di Oreste.

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