Corpo di plastica, anima di sangue

Non li vedo spesso. Forse sono sempre lì, nello stesso posto, ma i miei occhi, come quelli della maggior parte delle persone, non me li mostrano e si girano dall’altra parte velocemente, come si fa con una pagina di una rivista che parla di cose noiose e fastidiose. Un riflesso incondizionato ci fa spostare l’attentione su qualcosa più facilmente digeribile.
Perchè le persone che formano il popolo della plastica sono realtà complesse, nude.
Li vedo camminare come ubriachi per strada. L’alcol che hanno in circolo è la solitudine. La follia sprigionata dai loro occhi è il senso di abbandono. Il loro non-essere è frutto del rifiuto di una società che di problemi ne ha già tanti e quinidi non si può accorgere di loro.
Quando il mio sguardo riesce a scorgerli e il mio cuore a vederli, un sussulto mi scuote con prepotenza. Non so da dove vengono né quale sia la loro storia, ma hanno quella sofferenza tangibile che li accomuna. Ai margini della strada camminano col viso rivolto alla terra. Raccolgono, come fossero preziosi tesori, sacchetti di plastica gettati dagli altri, piccole schegge, di plastica, di oggetti ormai inutilizzabili. Raccolgono tutto ciò che il mondo vuole lasciarsi alle spalle. Nel mio immaginario, nel loro mondo di fantasia essi trasformano i loro cenci, di plastica, legati in malo modo al corpo, in calde coperte che li proteggano dal freddo notturno.
Nel mio immaginario, nel loro mondo di fantasia, i brandelli di sportine vengono cuciti insieme per tessere mantelli impermeabili che li proteggano dalla pioggia diurna.
Nel mio immaginario, nel loro mondo di fantasia, i rifiuti delle persone “normali” prendono nuova vita.

Il popolo di plastica sa valutare quant importanza ci può essere in una cosa che gli altri rifiutano. E questo non vale solo nel loro mondo immaginario.

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