La gabbia di June (quarta e ultima parte)

Si guarda indietro, ora che sta bene. Torna istintivamente sui passi già percorsi, verso la gabbia, e scorge una figura. È lui. Ora riesce a vederlo, a toccarlo, a sentirlo. Prima non ci riusciva. Era troppo concentrata su se stessa per accorgersi della sua presenza. Lui è sempre stato con June in quella prigione, ma lei non se ne era mai accorta. Vedendolo, corre verso quella che ora è la sua cella, solo ed esclusivamente sua. Lui allunga il braccio per prenderle la mano. Se la lascia toccare, June, è così bello poterlo sfiorare. Lui le chiede di tornare. Gli risponde, a malincuore, no. Non è un no deciso, che viene dal ventre. È un no sussurrato, poco convincente, ma sufficiente per fargli capire che l’occasione è persa.

Lui sorride. June sa che non uscirà da lì, non ora almeno. La desidera, con quel suo sorriso a cui lei fa fatica a resistere, e lui lo sa. Ma June riesce a pensare a se stessa e, voltandogli le spalle, se ne va. June ricorda ancora bene cosa si prova a stare dentro quella gabbia, non l’ha dimenticato. E sa che lui potrebbe starci una vita intera, perché ha già sofferto abbastanza e la paura di cadere di nuovo e di non riuscire ad alzarsi lo costringono a cercare protezione.

Si perderanno, i due. Le rispettive decisioni li condurranno lontani l’uno dall’altra. Non potranno più condividere nemmeno quella cella che per un periodo li ha, incomprensibilmente, tenuti uniti. Non ci sarà più neppure quella.

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