Australia. Le vite vere

E poi ci sono le vite non inventate degli altri, dei personaggi che ho incontrato durante la mia breve ma intensa permanenza a Melbourne e dintorni. Vite che si sono svelate a me con naturalezza, che mi sono state raccontate dai protagonisti, che mi hanno aperto uno spiraglio sul loro mondo.

 

C’è la vita di Nick, col quale ho trascorso una piacevole serata sorseggiando vino rosso, parlando di Africa e di Anna.

Ha un viso dolce, Nick. Non si direbbe che è medico. Io almeno non l’avrei detto. Arriva in bici, con il caschetto che gli schiaccia i timidi riccioli che gli contornano due occhi profondi come il suo sorriso.

 

C’è la vita della coppia incontrata sulla spiaggia. Sono seduta a gambe incociate sulla sabbia. Leggo Fante, che mi sta facendo compagnia in questi giorni.

Do you want to share with us?”

Mi volto, seguendo il suo dell’invito. Due ragazzi, più o meno della mia età, mi offrono il loro tappeto. È sufficientemente grande per dieci persone, credo, e loro cercano compagnia, credo. Forse sono l’unica abbastanza vicina per udire il loro invito, dato il forte vento. Comunque, educatamente, rifiuto. Non voglio disturbarli, sono una coppia.

Would you like some tea?”

Al tè non riesco a rinunciare. E poi, penso, se mi hanno invitato due volte vuol dire che hanno davvero voglia di conoscermi. E allora approfitto.

Mi siedo tra loro. Bevo il tè caldo con un piacere nuovo. Un piacere che sa di condivisione, di scambio, di provenienze diverse, di culture che si incrociano.

Lui è curdo. Sa parlare l’arabo, ma non sa scriverlo.

Lei è iraniana. Sa scrivere l’arabo ma non sa il dialetto che parla lui. Comunicano in inglese, come fanno con me.

Li scruto come ho imparato a fare in questi ultimi mesi in cui ho scoperto di essere una persona curiosa, anche se discreta. Lei è la versione caffelatte di Amy Winehouse, che era solo latte.

Con lui metto alla prova le mie conoscenze in materia di diritti umani, voglio fargli sapere che conosco e condivido la sua lotta, la sua causa. Mi dice: “Brava, conosci bene la questione. Sei ben informata.” Bene, penso io, ne sono felice.

 

C’è la vita di Mark. Un anarchico vegano in calzamaglia che si appassiona a me in dieci secondi. Trascorro con lui un primo maggio speciale, tra libri di seconda mano, che sanno di antico, e canti come “Bella ciao” intonati da una cantante australiana che mi fa venire la pelle d’oca per l’emozione.

La prima volta che l’ho incontrato, mi rivolgo a lui quasi per caso, chiedogli un’informazione. Dieci minuti dopo stiamo parlando di anarchia, di istituzioni quali Chiesa, matrimonio e governo. Qualche ora dopo lui mi chiede di uscire a cena con lui, aggiungendo, con un certo rammarico, perchè non ti ho incontrata prima?

 

C’è la vita di Omie, un messicano che vive in America, innamorato dell’Italia. Mi parla in italiano. E mi tempesta di domande rispetto al ruolo della Chiesa, a Berlusconi e al cibo. La maggior parte delle mie risposte è di questo tipo: “Non so, è tanto che non vivo in Italia, non so cosa la gente pensa del nuovo Papa…” Mi sento inadatta. Ma Omie è talmente felice di avermi incontrato, che non dà peso alle mie non-risposte. Lui chiede. Vuole farmi vedere che è al corrente della situazione attuale. Un po’ come io col curdo…

 

C’è la vita di Nele, una bella ragazza belga, mia compagna di stanza nell’ostello. Laureata, con tanto di master in non so che cosa, si diverte a fare la cameriera in un ristorantino carino, appena fuori il centro città. Vado a trovarla, gliel’ho promesso. Voglio vedere dove lavora, voglio salutarla. Appena mi vede, mi corre incontro e mi abbraccia.

Aspetta qui, torno subito. Mi dice.

Mi siedo al tavolino che mi indica e attendo, come mi ha delicatamente ordinato Nele.

Lei torna con un sorriso che sa di regalo per la mia presenza. È la prima volta, mi confida lei, che posso dire che sono in pausa pranzo con un’amica. Grazie.

Grazie a te, le risponde il mio sguardo. Una serata di confidenze. Una manciata di esperienze comuni. Un passato simile per entrambe. E, magicamente, siamo amiche. È bello. È speciale.

 

C’è la vita di Arthur, il ragazzo che ci ha portato fino alle vette dei Grampians, all’interno di un parco nazionale. È la prima volta che faccio questo tour, ci dice presentandosi. E si nota…

Sbagliamo strada un paio di volte e poi, appena arrivati a destinazione, si precipita più veloce di tutti per scattare le sue fotografie, le più belle, come se perdendo il primato qualcosa potesse mutare e il suo panorama perdesse l’eterno splendore. Si gira verso di noi, sorridente, come per dirci venite, è bellissimo, qui. Sembra un bimbo al lunapark.

 

Ci sono le vite appena sfiorate dei passanti incrociati nei parchi che, vedendomi sorridere, mi sorridevano a loro volta. E le vite dei ragazzi dell’ostello, che dopo qualche giorno di silenzio mi si avvicinavano timidi dicendo: si dice che vivi in Africa…

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