Gita (parte seconda)

Ci sono cose che non si possono descrivere a parole… ma questa volta non ho potuto scattare fotografie che aiutassero a rendere l’idea di ciò che ho visto! Provo quindi a lasciare almeno una traccia di ciò che ho sentito mentre, a più di duemila metri di altitudine, in Karamoja, nuotavo in una vasca naturale godendomi le montagne di Kotido, immobili, davanti a me.

 

I muscoli bruciano per lo sforzo. Il calore che producono aumenta i battiti del mio cuore, che mi confondono.

La staticità della montagna che ci ospita contrasta con la dinamicità del nostro esile gruppetto che si fa strada tra piccoli taglienti boschetti e lisce, scivolose pareti di roccia.

Si apre davanti a noi una piccola valle attraversata da un torrente. Lo seguiamo. Il nostro non è un errare casuale, c’è chi sa cosa stiamo facendo. Io non lo so, ma mi fido. Seguo curiosa gli esperti.

Eccola. Intima, vergine, pura. Una vasca naturale che custodisce gelosa i preziosi colori della giada, dello zaffiro e dell’agata. Sulla roccia che la trattiene, ricami liquidi, danze sinuose. Sotto la superficie, un concerto di correnti calde e fredde che si alternano seguendo un copione che non capisco, ma che mi piace. La pelle si lascia accarezzare dai gelidi archi seguiti dai caldi tamburi. Rabbrividisco, ma mi immergo, come per purificarmi.

Riemergo con un sorriso di gratitudine per chi mi ha reso partecipe di questa avventura.

Grazie. Grazie davvero.

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