Aisha

È mattina presto, anche se il caldo della capitale la fa già sudare. Piccole gocce d’acqua rigano il viso color caffé di Aisha mentre le sue mani sbrigano le quotidiane faccende con maestria. Il cesto delle patate davanti a destra, i pomodori adagiati in mucchietti da cinque sul ripiano a sinistra, le borsettine di plastica appese in alto, lo zenzero e alla cannella riposti in un cestino a portata di mano, la papaia insieme agli altri frutti maturi, pronti per la consumazione. Il banco di Aisha sorge su ciglio della strada. È colorato e profumato, come lei.

Mi sorride mentre contratto con una finta insistenza, dettata solo dalla consuetudine che ho ereditato dal Burundi.

See you tomorrow, my dear…” mi dice.

Sure, I’ll come tomorrow, my friend!” rispondo io.

 

Il giorno dopo il banco della frutta e della verdura di Aisha non c’è. Niente baldacchino di legno che esponga le primizie della terra, nessuna tettoia che mi ripari dal sole cocente, nessuna seggiolina che mi ospiti mentre attendo che la mia spesa venga impacchettata. Ma soprattutto, nessun sorriso dietro al bancone pronto a soddisfare le mie richieste.

 

Il vuoto lasciato dalle bancarelle che, insieme a quello della mia amica, formavano un mercatino locale vicino alla nostra casa sembra una cava a cielo aperto. Tutti i venditori sono stati forzati a lasciare tutto per far spazio a una strada che un giorno -chissà quando- verrà ampliata per rendere il traffico più fluido. La sopravvivenza di decine di famiglie messa a repentaglio dal cemento. Si deve far spazio, ci sono molte auto, occorre allargare la carreggiata.

 

Ci si sacrifica per il progresso. Un progresso che ad Aisha non interessa, che anzi odia perchè le ha portato via l’unico business che le dava un po’ di indipendenza…

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