Storie di strada-Parte III

La strada calpestata da scarpe pesanti o da piedi scalzi. Bagnata da birra e lacrime. La strada e noi che la accarezziamo e levighiamo con i nostri sogni.

Cosa rimane? Un tombino, in mezzo alla strada, che beve degli scarti del cielo, che fa tuonare un peso, che ti ricorda che, ovunque tu vada, devi stare attento a dove posi il piede.

Storie di strada – parte II

La pioggia mi ha svegliata… forse è per ricordarmi da dove vengo. Dalla strada. Allora mi vesto di oggetti, cose, che per me rappresentano qualcosa. Un anello che cambia con il mio umore, un bracciale arrotolato al mio polso, un paio di scarpe nuovo.

La vita, un respiro affannoso. La strada, un non-luogo affamato di respiri altrui. Perchè non vive di battiti propri. Li ruba agli altri. Ecco perché veniamo tutti da lì.

Storie di strada

Forse è l’aria che gira, forse è la polvere che brucia gli occhi, forse è il vento che gioca, forse è una bocca che bacia un occhio, forse un dito che silenzia una parola.

Cammino. Accompagnata da una nuvola di pensieri, da un mantello di ricordi. Cammino e osservo, spudorata. Strade, tombini, angoli e vicoli, persone. Fingo di sentirmi parte di tutto ciò, ma la verità è che il mio posto è un altro, il mio essere è ancora là. Fingo bene, mento, anche a me stessa. È così che la vita va avanti. La mia, non la loro.

Quando sono sola, tra le mura protettive del mio silenzio, riesco a sentirmi, avvolta da una tristezza senza odore né forma. La sento solo io, nelle scarpe, sulle spalle, nel cuore. Il mio silenzio, così come le mie vene, nascondono il mio animo ferito e inquieto, che non trova pace. Non possono capirmi, nessuno può. Perché questa è la mia vita, non la loro. La strada, la strada… Complice, teatro. I miei passi, i miei dolori. Li trattiene, li annusa, li soffia nebulosa, creando storie… non le mie.

Le loro.

Proviamo…

Ieri mi è tornata voglia di riprovarci. Sono trascorsi due anni, credo, dalla mia ultima volta sul blog. Non ho mai smesso di scrivere, nemmeno un giorno. La scrittura mi ha salvata e continua ad aiutarmi, come una mano che mi tiene a galla.

Non so se riuscirò ad adempiere a questo impegno, il tempo in Italia sembra sempre poco e frettoloso, ma voglio tentare.

Tornata dall’Africa mi pareva di non aver nulla da raccontare, ma sto scoprendo che anche questo mondo merita di essere narrato. I profumi sono diversi, i colori sbiaditi, i sorrisi scarni. Ma lungo la strada incrocio vite e sguardi che in qualche modo raccolgono i miei, li mischiano e fanno sì che i miei confusi pensieri prendano vita sulle pagine dei miei quaderni, che si stanno accumulando sempre di più.

Proviamo. Il plurale non è un caso. Il mio mosaico non è ancora terminato e non posso fare nulla da sola. Ho bisogno di voi.

Si riparte. Piano piano. Buhoro buhoro. Slowly slowly. Contrastiamo la fretta. Respiriamo. E via che si torna sott’acqua…

Punto

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Questa, inoltre, è la nota critica sulle mie poesie da parte di Fulvio Castellani.

Se la poesia è lo scrigno in cui vengono miscelati l’ieri e l’oggi, in cui vengono riprese immagini e sensazioni, esperienze e incontri…, la poesia che ci offre Francesca Belotti rispecchia appieno tali concetti.
Sì, perchè dai suoi versi, dalle tonalità forti e marcate di amaritudine oltre che di aperture (sarebbe meglio dire di suggerimenti) in direzione di un dopo migliore che valga per tutti, si eleva quasi un urlo di rabbia, di non accettazione, di denuncia.
Sono versi semplici, i suoi, ma che scandiscono note in cui il vivere, l'”umore volubile” di chi bestemmia “contro differenti credi” e di chi sputa “sui vagabandi credi”, trovano una collocazione non epidermica sullo specchio che riflette silenzi strozzati, ansie, richieste d’aiuto mentre il sorriso si spegne e il terrore disegna maschere di buio sui volti di chi soffre e annega nel pianto.
Francesca Belotti costruisce, la sua poesia su precise esperienze di vita, e lo si nota a tutto campo proprio per l’acume con cui traccia e scolpisce orchidee accatno a interrogativi disarmanti, che scaturiscono da chi si confronta con il dolore ogni giorno e ogni giorno ingoia rospi amari, indifferenza, incertezza, soffi di vento avverso.
Come a dire che la poesia vive, sì, anche a tu per tu con i lividi dell’inganno e con l’inganno e con l’amaro in bocca, ma che la poesia ha il compito, come in questo caso, di uscire dal proprio guscio e di indossare quei colori che potrebbero e dovrebbero sciogliere “nodi fangosi” e guardi sanguinanti. Francesca Belotti, a nostro avviso, ci sta riuscendo. Eccome.

Punto.

Ciò che rimane

Brividi, frustate sibilate
lacrime, parole torturate
dita, corde pizzicate
labbra, sudore tremante
braccia, aiuto pesante
ombre, ferite impietuose
occhi, ricordi vergognosi.

Chi sono io per assistere a questo scempio chiamato civiltà? E poi, cosa rimane? L’egoismo. L’egoismo colma tutto.